Filippo Riccardi, pane e calcio

Filippo Riccardi, pane e calcio

30/12/2022 Off Di ermanno merlo

È tanto, troppo il tempo, anche quello che non sentiamo, anche se a volte la vita sa essere dura e ci mette di fronte a delle scelte. 

Scelte senza risultato, inganni, interrogativi infiniti: come trovarsi davanti alle possibilità?

Mi sovviene alla mente la poetica di Paul Verlaine, sulle incertezze dello stare al mondo e vedersi cambiare da un momento all’altro. Così come è successo a Filippo Riccardi, classe 2000, nato e vissuto a pane e calcio, che ormai da qualche mese ha dovuto appendere le scarpette al chiodo, a seguito di un attacco cardiaco sul campo. 

Tacchetti che però, nonostante tutto, continuano a sentire il peso dell’erba e del pallone; come racconta Filippo, con sguardo profondo sul passato, accennando ai sogni e alla sua energia.

Filippo, raccontami il tuo percorso sportivo 

Ho fatto 11 anni al Fanfulla, passando dai Pulcini fino alla serie D e Juniores Nazionali. 

Poi sono passato al San Giuliano City in Promozione, abbiamo vinto il campionato. 

Tre anni fa, ormai, ho militato all’Oriese per un breve periodo, causa Covid e gli ultimi due anni li ho passati al Lodivecchio e, infine, al Borghetto. 

Noi due ci siamo conosciuti al Lodivecchio l’anno scorso, sembra che in così poco tempo siano veramente cambiate tante cose… 

Purtroppo, o per fortuna, è la legge della vita. 

Sento di essere cambiato molto. 

Sono diventato più responsabile a livello calcistico, più maturo.

Ed è questo che ti permette di fare il salto di qualità. Puoi essere bravo finché vuoi dal punto di vista tecnico ma se non hai rispetto, umiltà e determinazione non vai lontano.

Quali sono i giocatori che ti hanno colpito di più durante il corso della carriera sportiva?

Sicuramente Brognoli per la voglia e la pericolosità che aveva sul campo, ma anche Laribi e Troiano per la disponibilità nell’insegnarmi determinati concetti calcistici.

Ricordo molto bene che il primo allenamento in Eccellenza con il Fanfulla. Laribi mi entrò da dietro, mi fece saltare in aria.

Fu un po’ la mia consacrazione nel mondo del calcio.

Quello dei grandi, dove se si cade bisogna rialzarsi per forza senza tanti applausi e rimboccarsi le maniche per ripartire.

Cosa ti è rimasto più dentro di quegli anni al Fanfulla? 

Sicuramente il rapporto con mister Andrea Ciceri. 

È stato il mio mentore, mi ha dato fiducia dal punto di vista sportivo e umano. 

Sono cresciuto insieme lui. 

È sempre stato un grande motivatore, uno che sapeva portarsi dietro tutta la squadra, nei momenti positivi, ma soprattutto in quelli difficili. 

Quali sono le tue migliori qualità? 

Non posso non dirti la velocità, la corsa, la tenuta e poi l’intelligenza tattica. 

La tecnica non è il mio forte…

Io sono un patito di calcio, ci giocherei continuamente.

Come quella volta a Riccione, avrei dovuto fare un torneo, ma il giorno prima a seguito di un bagno al mare, ho preso l’otite. 

La mattina al pronto soccorso mi dissero: antibiotico e niente sforzi, soprattutto sotto il sole. 

Alle 11 ero a giocare. 

Ricordo sempre con affetto tuo papà a bordo campo, attento osservatore del gioco, forse tuo primo grande tifoso. Possiamo dire che la tua passione è anche un po’ merito suo? 

Certamente.  

Lui è come me. 

Ci sono state certe partite in cui giocavo titolare 90 minuti con la febbre e mi passava le medicine dalla rete, durante i time out. 

Mi ha veramente insegnato tanto di cosa voglia dire essere uno sportivo a 360°. 

È sicuramente una figura fondamentale nel percorso di vita, difficile da eguagliare. 

Cosa ti piace del calcio? 

Domanda difficile questa… 

In realtà, a parte gli scherzi, ci sono pochi aspetti positivi e tante negatività: le persone che guardano solo ai soldi, quelle che non fanno bene ai ragazzini. 

Però tutte queste cose vengono oscurate da quelle belle. 

Ecco la grandezza del gioco del calcio che riesce a sorprendermi sempre.

Lo sport in generale riesce a creare una situazione dove se ci stai dentro sei felice. 

Un gruppo di amici, la società che ti apprezza, le relazioni che crei. 

Leggevo una frase l’altro giorno il calcio è voglia di vincere, ma è anche voglia di divertirsi 

Se dai agli atleti la possibilità di divertirsi è come se vincessi ogni partita.

Certo, bisogna anche perdere e sapersi rialzare, ma quello come tutto fa parte del gioco e del vivere quotidiano.

Era una domenica di fine ottobre quando a seguito di un attacco cardiaco hai smesso di giocare a calcio. 

Adesso mi puoi rassicurare: non è un vero addio quello al pallone? 

No, tranquillo. È stato un momento terribile, anche se io non ricordo niente dell’accaduto. Solo i momenti dopo il mio risveglio.

Adesso però, nonostante il mio addio da calciatore, allenerò i bambini del 2014 del Borghetto e inoltre darò una mano (anzi la sto già dando effettivamente) a mister Giorgio Frigau per la Prima squadra, dove ho giocato fino a qualche tempo fa. 

Quali sono i valori che vorrai trasmettere ai bambini?

Da parte mia non mancheranno educazione, che è la cosa principale per creare la persona e poi la grande passione che porto dentro nello spirito. 

Sicuramente anche impegno e dedizione, ma il termine passione mi sembra più appropriato. 

Non si può chiamare in modo diverso, così profondo, il mio amore per il pallone.

Quanto credi sia importante il settore giovanile nelle squadre dilettantische del lodigiano? 

Moltissimo. 

Bisogna sempre pensare ai ragazzi, cercare di infondere in loro sani principi e valori. 

Rimango sempre molto arrabbiato quando vedo società che comprano giocatori da altre squadre, senza andare a pescare nei loro settori giovanili.

Questo vuol dire anche che non c’è un buon vivaio, una proposta soddisfacente di fanciulli pronti a salire di livello, ma significa sicuramente che non ci sono allenatori in grado di mettersi in gioco e insegnare ai giovani il gioco del calcio. 

Quindi obiettivi per il futuro? 

Fare il bene dei miei futuri giocatori. 

Conclude Filippo Riccardi, accennando un sorriso. Anche se ripensare al passato non è spesso facile e ci mette davanti a delle scelte. 

Vivere o credere di farlo.

Ricordo sempre con commozione il gioco limpido e pulito di Riccardi in campo, la sua velocità sublime, la tenacia, la voglia di vincere. 

Gli sguardi assorti e profondi del padre, seduto dietro alla rete, sempre presente a ogni partita. 

Avere come maestro di calcio, ma anche di vita Filippo può solo che far bene, può solo che scaldare il cuore. 

Vero e proprio paradigma concreto del calcio, ardente passione che ancora, di certo, non si spegne. 

Dic. 2022

Ermanno Merlo