alice robustelli test

alice robustelli test

08/06/2020 Off Di Ottavia Rancati

Alice Robustelli Test, classe 1988, di Rivolta D’Adda (CR), è stata la capitana dell’ASD Pallacanestro Fanfulla 2000 (LO) in serie B per quattro anni. Proveniente dall‘ASD Basket Carugate (MI) in A2, è arrivata a Lodi nel 2015 accolta dallo storico coach Guido Cremonesi e dalle compagne, tra cui l’ex capitana Giulia Minervino. Ha trovato nel Fanfulla una grande famiglia ed è stata fra le protagoniste della fenomenale stagione 2018-2019 sotto la supervisione del grande Stefano Bacchini, che per un soffio le ha portate in A2. Facendo proprio il motto “vivi e lascia vivere”, Alice si è sempre messa a disposizione della propria squadra diventando un punto di riferimento per le compagne e la società. A trentadue anni Alice, nell’annata 2019-2020, aveva deciso di fare (seppure impercettibile) un passo indietro nel basket per avanzare nei suoi progetti famigliari. Ad inizio stagione ha subito un infortunio al ginocchio e anche a causa dell’emergenza sanitaria i suoi progetti sono caduti nell’incertezza.

Così, si profila un doppio tramonto all’orizzonte: da un lato l’ipotetica scomparsa del basket femminile Fanfulla, dall’altro l’addio alla pallacanestro di Alice. Due storie d’amore che preannunciano un finale infelice per l’intero lodigiano.

Alice è laureata in Biologia e ha conseguito un Dottorato in Scozia; oggi è insegnate presso le scuole superiori.

Torniamo indietro nel tempo: siamo al 23 novembre 2019 quando contro l’ASD Baskettiamo Vittuone (MI) hai subito un infortunio al ginocchio. Siamo alla fine di una storia?

“Diciamo di una seconda storia perché mi ero già infortunata al ginocchio nel 2013 in un’esperienza rocambolesca a Cagliari, ma allora ero certa che sarei tornata in campo più forte di prima dopo l’operazione. Questa volta è stato diverso.”

Ha scombussolato i tuoi piani!

“Sì, anche perché avevo considerato quest’anno come l’ultimo in cui avrei messo il basket prima di ogni altra scelta; adesso ho altre priorità e sto mettendo al primo posto delle esperienze personali anche come donna. Inizialmente, avevo deciso di anticipare il prima possibile l’intervento per potermi dedicare alla riabilitazione, ma l’ortopedico da cui avrei voluto farmi operare aveva tempi di attesa lunghi e il mio turno sarebbe stato ad aprile; se non fosse che in quel periodo avrei dovuto andare a New York, inoltre, essendo insegnante, avrei dovuto mancare a scuola, quindi ho posticipato tutto a giugno. Ma poi c’è il Covid 19 e quindi al 90% non sarà a giugno. Non ero pronta a mettere il basket nel cassetto, quindi la mia strategia è non pensarci e tutto andrà come deve andare.”

Non è mai facile capire quando è arrivato il momento di dire basta a una storia, specie d’amore come è stata la tua con il basket.

“Verissimo; in questi giorni di quarantena per staccare dalle infinite ore davanti al computer con i miei studenti, andavo al canestro che c’è a casa dei miei genitori. Mio padre (presidente di una società di basket di Rivolta d’Adda) assecondando il mio amore verso questo sport, aveva realizzato un arco da tre punti con un canestro nel giardino. L’ho sfruttato tanto duranti gli anni dell’università e nel corso quest’emergenza mi sono aggrappata a questo arco: prendevo in mano la palla da basket e controllavo di non aver perso la sensibilità nei polpastrelli.”

C’è ancora?

“Sì, abbastanza! Anche se senza mobilità dei piedi perché sono tiri da ferma e senza saltare troppo.”

Ci sono voci in giro che dicono che il basket femminile del Fanfulla sia in crisi: Arienti vuole lasciare la presidenza e non si sa quali saranno le sorti. Qual è il tuo punto di vista? Sempre a proposito di quando si deve chiudere una storia...

“Credo che il presidente Pino Arienti e il dirigente Rosario Leonardi la loro storia d’amore con il Fanfulla l’abbiano portata avanti con tutte le energie che avevano. Non sarò mai grata a loro due in modo sufficiente. Tuttavia, credo abbiano fatto quello che dovevano e che il testimone debba essere raccolto da qualcun altro.”

Secondo te, il passaggio del testimone deve comportare un cambiamento nell’assetto societario o bisogna tenere duro e mantenere la propria autonomia?

“Premetto che non ho avuto confronti con la società e la mia è un’opinione personale. Credo che un ultimo tentativo non si debba negare a nessuno, ciononostante penso non sia facile che la Fanfulla possa galleggiare senza che ci sia il salvagente lanciato da qualcun altro. Dubito che da sola possa fare un’altra stagione di serie B ai livelli a cui siamo stati abituati negli ultimi anni.”

Come mai secondo te?

“Devo partire da un po’ prima per giustificare questa mia affermazione. La Fanfulla esiste da sempre, io non mi immagino un basket femminile senza di essa. Tuttavia, quest’ ipotesi è diventata sempre più realtà nel corso degli anni e la ragione sta nello sgretolamento del settore giovanile. Nel 2015, c’era la prima squadra, l’U16 e l’U14; poi si è passati ad una sola squadra giovanile che infine si è fusa con il Basket Team Crema. Questo era già un sintomo che era stata imboccata una strada strana. Non credo per volere della dirigenza ma per mancanza di materia prima: sono sempre meno le ragazze che giocano a pallacanestro. Se su un roster di minimo di dodici giocatrici di Lodi c’è solo Chiara Parmesani, questo ti fa capire che qualcosa non è andato. Vedo difficile creare una squadra di B senza la passione che hanno avuto Arienti e Leonardi: se il loro entusiasmo ha sopperito alla lacuna di giocatrici, se mancano loro due sarà davvero dura.”

Per quale ragione Arienti molla?

“In realtà, la crisi della Fanfulla di questi mesi è nell’aria da tempo. Anche la scorsa estate c’era stata una notizia simile che nessuno diceva apertamente. Io credo che lo sforzo dell’anno scorso sia stato l’ultimo. Se poi la stagione fosse andata diversamente, magari non si sarebbe arrivati a questo punto; tuttavia, allo stato attuale, credo che questo sia l’epilogo peggiore. L’interruzione per l’emergenza sanitaria, che sicuramente a livello economico non è stata semplice da gestire, la stanchezza, una serie di stagioni disputate ad alto livello e la voglia di mantenerlo ma di non poterlo assicurare, in più la scarsità di giocatrici nel circondario lodigiano sono i motivi che credo spingano a una decisione del genere.”

È meglio un mecenate che possa risollevare la squadra o puntare su una fusione con un’altra società?

“Non sono molto convinta che il magnate sia la giusta terapia: un magnate senza un progetto chiaro e definito di sollevamento del movimento cestistico femminile è una cura palliativa.”

Quale dovrebbe essere la giusta terapia?

“Porsi degli obiettivi all’altezza delle proprie capacità e chiedersi se si hanno le disponibilità economiche per reggere il sistema. L’economia governa tutto: se hai i soldi, anche nel basket femminile di serie B, puoi permetterti di fare certi ragionamenti, altrimenti no. Dubito fortemente che una società come quella di quest’anno da sola si riproponga per il prossimo anno. Mi dispiacerebbe se fosse un fuoco di paglia: salviamo con i soldi che arrivano da un mecenate fantomatico la stagione 2020-2021 e poi?”

Si è più orientati verso un progetto collaborativo.

“Sì, più collaborativo in modo da poter attingere da una realtà come il Basket Club Borgo Pieve (LO) che ha un settore giovanile più florido.”

Ultima domanda per alleggerire gli animi: ti va di raccontarci un momento felice legato alla tua esperienza nel basket del Fanfulla?

“Ce ne sono tanti: te ne dico due. Posso?”

Certo!

“Il primo è personale: una vittoria allo scadere con un mio tiro dall’angolo contro ASD Baskettiamo Vittuone (MI). È stata una soddisfazione personale perché Vittuone è la squadra contro cui mi sono spaccata il ginocchio; oltretutto, è avvenuta durante la griglia dei play-off e vedere la gratitudine delle mie compagne corrermi incontro, mi ha fatto capire perché gioco a basket. Un altro momento, costituito in realtà da tanti, sono le pizze post-allenamento e le mille ragioni futili che ci inventavamo per festeggiare qualcosa. In quelle occasioni si costruiva il gruppo perché ci si permetteva di fare quelle battute che poi in campo rendevano i rimproveri come i consigli di un’amica e non di una sconosciuta. Se foste passati di lì in quei momenti, avreste capito cosa significasse giocare per la Fanfulla.”

Ci sono storie d’amore che, davvero, non dovrebbero finire mai.

Lodi, 20 maggio 2020

Ottavia Rancati