anelli giusi emy

anelli giusi emy

04/02/2019 Off Di Ottavia Rancati

Giuseppina Emy Anelli è stata protagonista dell’età infantile del calcio femminile. A diciassette anni, indossa la maglia del Piacenza e vola in serie A. La sua grande passione è allenare: può vantare molte vittorie guadagnate con la Rappresentativa Under 15 della Lombardia, con l’Aurora Casalpusterla e la Doverese. Emy non si ferma qui: il suo sogno è quello di legittimare il calcio femminile e creare un movimento che abbia profonde radici, per dar vita ad una squadra che cresca fino alla Luna ed oltre.

Una curiosità: navigando sul web, ho trovato un sito in cui ci sono tue foto, oltre che impressioni e commenti. Da dove nasce questa voglia di raccontare le tue passioni?

In realtà, è parte del progetto ‘La storia siamo noi’. A Roma, nel 2015, si è svolto il raduno di tutte le calciatrici italiane che hanno vinto un campionato tra il 1967 e il 1970. L’intento è quello di raccontare l’inizio della storia del calcio femminile italiano; si sono riunite tutte le squadre: Torino, Genova, Bologna, Firenze, Napoli, Roma, Palermo, Cagliari, Piacenza, Milan.

Chi ha organizzato l’evento?

Laura Fabri, una mia amica. È stato molto bello perché ho rincontrato compagne che non vedevo da anni.

Hai toccato un tema che mi interessa approfondire: mondo calcistico- mondo femminile. Vista la tua lunga esperienza, avrai sicuramente assistito all’evolversi di certe dinamiche. Che ne dici di condividere con i nostri lettori la tua opinione?

Sicuramente è cambiato qualcosa da quando ho iniziato ma, te lo dico senza peli sulla lingua, non è cambiato nulla: mutamenti superficiali, tutto il blasone del calcio femminile sono squadre di serie A e alle loro spalle c’è il vuoto. C’è poca sostanza.

Secondo te, come mai ancora così tante difficoltà?

Una mentalità chiusa. Siamo, ahimè, uno stato maschilista: questa è la verità. Parlo in veste di una donna che è stata per tanti anni presidente di società: quando si tenta di creare uno staff per il femminile l’entusiasmo inziale non manca mai, ciò che manca sempre è il denaro! Nel calcio femminile girano pochi soldi. Senza uno sponsor che crede nel femminile, si può tirare avanti per un paio d’anni al massimo, ma non si potrà mai costruire nulla di solido.

Hai mai trovato qualcuno che ha creduto, come te, in progetti femminili?

Lo confesso a malincuore, nel lodigiano non ho mai incontrato nessuno; mi sono sempre messa io, Emy, in prima fila. Ho incontrato qualche società, fuori dal Lodigiano, che ha tentato ma di progetti lungimiranti nemmeno l’ombra. Il problema è che se da una parte si hanno giocatrici promettenti, ma dall’altra parte la società-sponsor è assente, è chiaro che ciò che si è costruito crolla. In più, diciamoci la verità, quante bambine ci sono che giocano a calcio?

Sono ancora poche…

Apro una parentesi perché, negli ultimi sei-sette anni, sono stata Dirigente dell’U15 della Lega Nazionale FIGC (della Rappresentativa U15 Lombardia) e, nel medesimo tempo, allenatrice dei pulcini della Doverese. Il mio scopo era di portare bambine in quella squadra, ma non se ne trovavano. Le poche ragazze che vogliono giocare a calcio scelgono le grandi società con alle spalle sponsor, come Riozzese, Mozzanica, Brescia, Inter, Milan. Con le bambine del circondario del Lodigiano non si riesce a creare una squadra perché si spostano tutte verso quelle società. Avevo un progetto in mente: inserire delle bambine in una squadra maschile, e, una volta raggiunto un numero e livello adeguato, formare una squadra tutta al femminile. Nessuno mi ha creduto.

Ma perché non si crede nel calcio femminile?

…Le bambine sono un peso…Serve uno spogliatoio…Manca una struttura…Insomma, tante volte è più una palla al piede avere il settore femminile. Un’altra cosa: tra le bambine che ho allenato negli ultimi tempi, tutte alle prime armi, si creano delle dinamiche di competitività malsana. In più, io sono vecchio stampo, per me si gioca a calcio, niente di più niente di meno, si deve partire dalle basi, imparare a gestire il pallone e solo in una fase successiva si possono proporre esercizi più tecnici. Soni stati criticati i miei allenamenti; conclusione: ho presentato le mie dimissioni. Vogliono la luna? Benissimo, ma io me ne tiro fuori. Un allenatore, con una certa esperienza, sa quello che deve fare e che si devono rispettare i tempi giusti. Per tutti questi motivi, a mio parere, il femminile non andrà avanti, se continua lungo questa direzione.

Una riflessione più personale: volgendo lo sguardo al passato, in cosa sei cambiata?

Sono cambiata nell’approccio: è un’operazione necessaria, ci si deve aggiornare per essere sempre in grado di trasmettere la passione e fare amare il calcio. Mi piace assistere a tutte le partite, individuare dei nuovi schemi di gioco che memorizzo, sotto forma di immagini mentali, e che poi metto in atto ed evolvo con i miei giocatori. In questo modo, ricevo nuovi stimoli, alleno di continuo il cervello e non invecchio mai.

Se ti dovessi descrivere con delle parole, quali sceglieresti?

Mah…mi viene da dire solo una frase: grazie Calcio, che mi hai reso la persona che sono. Forse sono un po’ nonna verso i bimbi che alleno. Sono convinta che sia importante costruire uno spirito di gruppo e, per farlo, ci si può comportare come una nonna: premiare i ragazzi con un regalino a fine campionato aiuta a incentivarli e motivarli.

Hai da poco concluso l’avventura con la Riozzese…

Purtroppo è terminata dopo pochi mesi. Nonostante sia stata un duro colpo, non mi fermo qua. Ti dico la verità, sono arrabbiata per come si è conclusa la vicenda con la Riozzese, però mi ha insegnato due cose: la fretta è una cattiva consigliera; e il silenzio è assenso, ma, talvolta, è bene romperlo per dire la propria. Voglio ricominciare ad essere la Emy di una volta, con tanta voglia e passione, per trasmettere l’entusiasmo ai bambini e alle bambine. Vorrei fare politica dello sport: promuovere il calcio femminile, a modo mio, cioè partire dal basso per arrivare alla luna, e non il contrario. Avere la possibilità di dare vita ad un “movimento femminile”, ma coi piedi ben saldati a terra. Non sarà facile, incontrerò sempre molti ostacoli però “mai dire mai” nella vita. Secondo me, bisogna iniziare con una squadra mista: maschi e femmine insieme. Solo in questo modo si sviluppano quella competitività e aggressività, nelle bambine, che sono più tipicamente maschili; se poi si è fortunati, si forma una squadra tutta al femminile.

Cosa elogi del calcio?

Lo stare insieme, l’imparare a conoscere le persone nel profondo e selezionare chi ci circonda. Mi ha insegnato ad agire nel momento opportuno perché se si butta benzina sul fuoco non si arriva da nessuna parte. Il mio più grande desiderio è quello di fare accettare il calcio femminile, o più in generale, la bambina. Dar vita ad un “movimento femminile” dal basso.

Com’è nata la tua passione per il calcio?

Un giorno, arrivò a casa mia sorella, che mi presentò ad un allenatore del ACF Travo Piacenza femminile; avevo diciassette anni. Giocai per quattro anni in serie A, finché appesi le scarpette al chiodo a causa di un infortunio al ginocchio. Da quel momento, nacque la mia passione come allenatrice e l’entusiasmo che ancora mi contraddistingue.

Il ricordo più bello come coach?

Quando ero allenatrice dell’Aurora Casalpusterla: abbiamo vinto il campionato e festeggiato la promozione in serie B. Un momento bellissimo, intriso di soddisfazione e slancio. Tuttavia, con profondo rammarico, abbiamo dovuto rinunciare: mancavano i soldi. Un altro ricordo indelebile è legato alla mia esperienza con i bambini delle Doverese. Quando ho iniziato ad allenarli avevano cinque anni e, in poco tempo, li ho portati ad essere dei veri giocatori.

Ringraziamenti?

A chi?

A chi pensi se li meriti.

I miei ringraziamenti a chi…? Forse forse a me stessa, per la pazienza e i sacrifici. Sai, per il calcio ho rinunciato a tanto, anche se ho avuto molte soddisfazioni in cambio. Ringrazio i genitori della Doverese, che mi hanno sopportato e con cui si era creato un rapporto di ammirazione reciproca; infine, ringrazio tutte le società che mi hanno sempre elogiato.

4-02-2019

Ottavia Rancati