Biodanza, non sport sì integrazione

Biodanza, non sport sì integrazione

16/07/2022 Off Di ermanno merlo

Biodanza, non sport sì integrazione

Un modo per entrare in contatto con gli altri e con noi stessi. Uno stile di vita, una pratica per sintonizzarsi con gli uomini e con il giorno sociale che vibra negli angoli più tesi e ricchi di mistero.

Tutto questo è la Biodanza.

Lidia Turco, esperta e formatrice, nata a Milano ha scoperto la Biodanza per caso e ora è diventata parte integrante del suo percorso di donna. Un modo per raccontarsi e raccontare storie.

Intanto sta completando la sua formazione presso un’università di Milano.

Oggi la incontro, per scoprire un po’ di più di questa realtà.

Lidia, cos’è la Biodanza?

È un metodo che ha come obiettivo liberare e sviluppare potenziali umani.

Rolando Toro, in Cile, l’ha messa in pratica con il teatro e l’ha chiamata Psicodanza.

I suoi erano laboratori sperimentali e lavorava con gli psicoterapeuti. Poi in Cile, con il regime non ha più potuto esprimersi.

Però, non ha mai smesso di incubare questa idea, finché è nata la Biodanza.

La parola Danza è intesa come movimento pieno di significato lontano da ogni sorta di apparire. Mentre Bio dal greco Bios vita.

Un movimento pieno di significato che esprime la vita.

Incontrare persone, creare relazioni, partecipare, prevenire traumi e dolori. Io lavoro per un’azienda cosmetica e il nostro obiettivo è: prevenire la patologia della pelle curandola in un certo modo.

Così voglio esprimere il concetto di Biodanza: un’attività che anticipa i dolori e i traumi delle persone. È un percorso di miglioramento del sé autentico.

Rolando Toro aveva studiato tantissimo: psicologia, sociologia, antropologia. Per questo antropos aveva una grande attenzione all’uomo, un modo di osservare gli altri fuori dal comune.

Io credo molto nella potenza degli Archetipi direttamente dalla psicologia di Jung. Infatti, vengono danzati.

Qual è il tuo percorso di vita?

Ho sempre amato la psicologia, l’interessarmi all’altro con potenza affettiva. Dopo il Liceo Classico ho fatto una scuola d’estetica.

Posso dirti, insomma, con una metafora, di aver studiato all’università della vita.

La bellezza è diventata un pretesto per prendermi cura di me stessa, ma anche e soprattutto degli altri.

Ho fatto corsi per diventare maestra di Yoga e ho trascorso un anno in una comunità spirituale.

Come mi sono avvicinata alla Biodanza?

Sono sempre stata molto timida e il mio lavoro nel settore della Cosmesi invece mi imponeva il contatto più ravvicinato con le persone. Cosi stare con gli altri, a poco a poco, è diventato un tratto distintivo del mio carattere.

Ho fatto l’accademia di Biodanza e tutt’ora sono al quarto anno di tirocinio.

La cosa che vorrei far capire alle persone è che la biodanza è per tutti, non è un’attività elitaria, un qualcosa di severo e complicato.

È libertà pura, espressione radicale di gioia, straordinaria energia, felicità, entusiasmo e benessere.

È sensibilità, senza grandi elaborazioni intellettuali.

Sono consapevole della difficoltà delle persone di togliere le maschere che indossano per proteggersi. Incontrarsi in modo autentico è molto complesso, ma tutto ciò trova compimento nella Biodanza. Si sciolgono le corazze, si rimane nudi di fronte all’altro.

Tutto accade anche grazie alla musica.

Quali sono gli effetti della Biodanza sul corpo?

La Biodanza non è solo una grande festa. Si crea un andamento, una curva fisiologica che inizia elevando l’umore per poi scendere a una situazione di calma.

È una regressione che ha un effetto importante anche a livello endocrino e neurologico.

Si radica dove ci sono problematiche, ma non parte da lì, anzi prende avvio dalla parte sana degli individui per arrivare alla costruzione dell’identità trovata.

Il mio sogno sarebbe quello di portare la Biodanza anche agli anziani.

Per poter accendere nuove sinapsi, per farli sentire inseriti all’interno del mondo.

I meno giovani hanno bisogno di non provare abbandono, di non alienarsi dalla quotidianità, ma anzi di trovare stimoli, punti di svolta.

Non lo dico solo io, ma anche i più grandi psicologi come James Hillmann hanno scritto sulla necessità di porre particolare attenzione sulla terza età dell’uomo.

 

Possiamo, quindi, definire questa attività uno sport?

Assolutamente no.

Non c’è agonismo, prevaricazione sull’altro. Cerchiamo, addirittura, ambienti dove non ci siano specchi per praticare la Biodanza.

Per carità, ho sempre amato fare sport e credo sia un’attività necessaria, però non è questo il caso.

Qui stiamo parlando di un movimento che tiene in contatto con se stessi, con il senso della vita, con quello che ci unisce agli altri.

Possiamo definirla come un qualcosa di ludico, se proprio vuoi, ma non come uno sport.

Tieni dei corsi?

A Milano mi sto laureando in Biodanza e per un anno dobbiamo tenere 24 sessioni a frequenza settimanale.

Questo proprio per rodarci al lavoro di sviluppo pratico. Certo c’è anche tanta teoria, studio. Ma ora sono nella fase del mio percorso più esperienziale.

L’idea è di partire a Ottobre con un gruppo sperando di trovare persone interessate a partecipare, così da poter completare la formazione, diventare professionista e tenere corsi liberamente.

Ho anche una pagina Facebook Incontri con Biodanza un luogo dove mi esprimo e pubblico contenuti per aiutare gli altri a conoscere e ad avvicinarsi a questo mondo.

Come pensi che la Biodanza possa aiutare la nostra società a migliorare e a migliorarsi?

Parliamo tantissimo d’integrazione attraverso la Biodanza.

Il modello di questa attività infatti è integrare l’uomo nelle sue parti. Un sistema dentro un sistema.

Unirsi nelle sue specificità per unirsi nella società e nell’ambiente che ci circonda.

Una sessione, infatti, inizia sempre in un determinato modo: ci si prende per mano in cerchio e si danza.

Facendo questo, già ci si sente parte di un qualcosa di più grande. Danzare mano nella mano in cerchio aiuta a sentirsi unità di una collettività, di un abbraccio senza confini, o differenze.

Si è tutti uguali nella condivisione e nell’incontro.

Lo scopo di un mondo che è filosofia, incanto, immaginazione e sogno. La partecipazione attiva nel percorso verso l’altro. Chissà cosa ne direbbe Hegel, che a Stoccolma, nei primi del 1800 scriveva una delle opere più famose di tutta la filosofia La fenomenologia dello spirito, pensando al fare filosofia proprio come un viaggio con un fine e uno scopo, un compimento.

Un percorso per se stessi passando dall’empirico allo spirituale, per trovare l’oggetto come coscienza in sé e quindi come autocoscienza.

Tradurre Hegel dalle parole di Lidia Turco? O semplicemente provare a guardare la vita con tante sfaccettature, rendendoci consapevoli del prossimo e della potenza senza confini dell’anima, appesa tra la terra e il cielo.

Ermanno

15/07/2022