buttafava davide

buttafava davide

09/09/2018 Off Di Gabriele Beccaria

Con tre stagioni all’attivo, Davide Buttafava, giovane allenatore della Juniores del Somaglia, è già uno degli allenatori più vincenti del territorio.

Reduce da una bella vittoria, al termine della scorsa stagione in Coppa Lodi, alla fine di una gara emozionante contro il San Bernardo di Gabriele Scudellaro, è pronto a ricominciare insieme alla sua squadra una nuova stagione, resa ancora più attesa dal bel piazzamento dello scorso campionato.

Mister Buttafava, volendo partire proprio dalla bella vittoria in Coppa Lodi, come ci si sente ad alzare la coppa?

“Ora, più che contento, mi considero onorato ad essere riuscito a portare a Somaglia un trofeo prestigioso come la Coppa Lodi; non tanto perché possa avere o meno un grande blasone fuori dal territorio, ma perché le squadre che partecipano al torneo sono davvero forti ed agguerrite nell’impresa di aggiudicarsi la coppa. Colgo l’occasione per fare, ancora una volta, i complimenti al San Bernardo ed al suo allenatore, che hanno contribuito a rendere la finale una partita sofferta e bellissima di conseguenza. Se posso permettermi un commento, vorrei esprimere ora la mia gioia: ma non per ribadire la vittoria, bensì per descrivere la bella testimonianza della crescita del calcio giovanile nel lodigiano dimostrata durante tutto il torneo ed, in particolare, nella finale.”

A cosa è dovuta questa crescita secondo lei? Cosa è cambiato?

“Quello che posso vedere e percepire all’interno dello spogliatoio, sia da calciatore che da allenatore, è che negli ultimi anni si è riaccesa quella passione che da troppo tempo si era persa. Può essere che sia solo un movimento locale, ma il potere allenare un gruppo affiatato come il mio ed il ricevere dichiarazioni di altri allenatori che si trovano spiazzati dalla voglia dei ragazzi di volere giocare per il proprio paese o per la propria città, è la più bella cosa che una realtà calcistica, anche relativamente piccola come quello lodigiana, possa chiedere.”

Il Somaglia lavora a stretto contatto con il settore giovanile dell’Atalanta: come deve essere l’evoluzione di un giocatore per poter ambire alle serie più alte?

“Purtroppo, nel calcio d’oggi, conta molto più il fisico che la tecnica: ho visto ragazzini molto tecnici venire scartati a discapito di coetanei più grossi e meglio piazzati perché forse meno propensi all’usura fisica e già pronti a competere con i più grandi. Mi sembra uno spreco oltre che un peccato l’evitare di scommettere su tipi di calciatori con maggior talento ma con meno prestanza. Il consiglio che mi verrebbe da dare anche ai più giovani, a questo punto, è quello di concentrarsi anche sull’allenamento e sulla resistenza fisica oltre che sulla tecnica proprio per cominciare a concorrere con quelli più anziani.”

A fronte di ciò, c’è qualche ragazzo sotto la sua gestione che è riuscito/riuscirà a crearsi una carriera professionistica?

“Io, allenando la juniores, è difficile che possa chiarire una questione del genere perché, secondo me, per come viaggia velocemente il calcio moderno, bisogna capirlo prima, partendo almeno dagli esordienti. Qualcuno sicuramente potrebbe riuscire in questa impresa, ma sto notando che più si è precoci, e più c’è una maggior probabilità di vincere la concorrenza proprio perché c’è più tempo per cambiarsi e migliorarsi. Molti miei ragazzi potranno certamente costruirsi una carriera importante a livello locale.”

Quanto conta invece la mentalità?

“Se parliamo di mentalità calcistica, secondo il mio modesto parere, è difficile oltre che deleterio cercare di imprimere una qualsivoglia filosofia tattica quando si è ragazzini. Un calciatore formato deve essere conscio delle sue potenzialità e la sua mentalità è già presente: è compito dell’allenatore aiutare a crescere con le conoscenze e con dei concetti calcistici e tattici questa mentalità. Poi, inconsciamente, quando sono piccoli si possono utilizzare giochi ed espedienti ludici per provare ad ispirarli accrescendo la loro fantasia nell’uno contro uno e la libertà decisionale, ma non sono d’accordo sull’infondere già a tenere età conoscenze troppo grandi, perché si rischierebbe solo di confonderli e influenzarli maggiormente. Va bene l’essere precoci, ma non l’essere frettolosi.”

Lei è un allenatore giovane e sta vedendo crescere la nuova generazione di calciatori italiani proprio in questi anni. Qual è il segreto, la ricetta per poter tornare a competere?

“A me piace molto guardare il nostro movimento calcistico e rapportarlo a quello di altri paesi, ad esempio il Belgio. Ho notato che il numero di ore che hanno a disposizione è molto superiore al nostro, e questo conta molto. Io da quest’anno sono riuscito ad aumentare di mezz’ora il tempo di allenamento e ho potuto osservare enormi miglioramenti: quella mezz’ora in più ti dà il tempo di provare qualche schema in più, di allenare il fiato qualche minuto in più, di immagazzinare più esperienza e di divertirsi maggiormente.

E a livello agonistico invece?

“A livello agonistico siamo molto indietro. Loro [in Belgio, ndr], ad esempio, sono facilitati sia dal numero di ore in più durante la settimana, spargendole su più giorni, sia dal movimento stesso che fin dai più piccoli coinvolge le scuole, e quindi, la didattica. Se si vuole parlare di una crescita a livello nazionale e, in futuro, professionistico, bisognerebbe promuovere più riforme e trasformarlo davvero in un movimento che coinvolga più ambienti come le scuole e le società stesse, che hanno sempre bisogno di aiuto. Ci dovrebbe essere un’unità di intenti sia dal basso che dall’alto.”

Lei ci crede?

“Io ci spero e mi impegno per questo nel cercare di cambiare partendo dal basso. Ai miei giocatori, che mi ascoltano e mi sopportano, non posso far altro che dare un 10 per il loro impegno e per la loro dedizione. Mia moglie poi mi aiuta e, vedendomi appassionato, mi incentiva. È una bella testimonianza e sono molto fortunato perché è proprio questo che mi dona speranza per il futuro. Il campo mi ha cambiato nel bene e nel male e vorrei che la maggior parte delle persone possano appassionarsi a questo mondo che mi ha dato tanto e che mi ha chiesto tanto.”

Perché per lei è così bello il calcio, cos’ha in più rispetto gli altri sport?

“Io sono nato già con questa passione per via di mio padre e di mio nonno, e quindi è più difficile rispondere a questa domanda. È il gioco nazionale e quindi non ho potuto non appassionarmene. Quando vedevo quel pallone rotolare, per me era tutto ciò che serviva per essere contenti; ecco forse è proprio la sua semplicità a renderlo così bello. Non saprei rispondere ulteriormente ad una domanda così banale, ma difficile al contempo.”

Gabriele Beccaria