caldano elena

caldano elena

02/02/2019 Off Di Ottavia Rancati

Elena Caldano, classe 1995, è da tre anni coach dell’U14 dello Zelo. Amante della pallavolo, pratica questa disciplina da quando aveva sette anni; al momento, sta aspettando di riprendersi da un infortunio al ginocchio per tornare in campo. Tra dolcezza ed intransigenza, sta il suo ideale di allenatore, sempre pronto ad indagare sul proprio lavoro e sulle dinamiche della squadra che guida. Il suo sogno è quello di portare in alto il nome dello Zelo, società a cui è sempre rimasta fedele.

Siamo a circa metà stagione: come procede il campionato con le ragazze dell’U14?

Bene, non avevo grandi pretese perché è il primo anno di U14. Siamo a metà classifica e stiamo dimostrando di essere in grado di competere. Sono contenta.

Su cosa si deve lavorare per migliorare? E cosa, invece, è assodato?

È certo che devono impegnarsi agli allenamenti, mentre dobbiamo lavorare sulla concentrazione e sul restare per tutta la partita, dal primo all’ultimo set, vigili e attente.

Da cosa hai capito che hanno recepito di prendere sul serio gli allenamenti?

Se l’anno scorso prima che venisse eseguito un esercizio dovevo spiegarlo centinaia di volte, perché una saltellava, l’altra chiacchierava e così via, quest’anno, invece, mi ascoltano e mi seguono nei ragionamenti che faccio.

Le tue ragazze sono in quel periodo della vita in cui si palesano le caratteristiche fisiche e le attitudini di ognuna di loro. Hai già iniziato ad individuare i ruoli? Quali criteri segui?

Diciamo che se esistessero dei criteri universali farei qualsiasi cosa per scoprirli…Ci rifletto molto: assegnare il ruolo ad una ragazza è un momento importante e l’idea di sbagliare mi tormenta. Per ora, mi baso sulle caratteristiche fisiche: in questo modo, si capisce subito chi sarà un centrale e chi avrà un altro ruolo. Da poco abbiamo individuato il libero: è una ragazzina impostata molto bene nel bagher ed agile; quando le ho detto che il suo destino è già segnato, e che sarà un libero, mi ha sorriso tutta contenta. Abbiamo scelto gli alzatori perché hanno un ‘bel tocco’ e tengono ordine in campo. Insomma, ci si fa l’occhio basandosi su queste cose.

Quanto incide il carattere sul ruolo?

Al momento, cerco di guardare di più al fisico piuttosto che al temperamento, perché a dodici e tredici anni il carattere non è ancora ben formato. Tuttavia, penso che più si cresca e più diventi una componente basilare nella scelta del ruolo.

Quali sono i vantaggi e gli svantaggi di essere un coach giovanissimo?

Il vantaggio più grande è che non mi vedono come una figura lontana da loro; lo svantaggio è che si venga presi sottogamba. Devo ammettere che sono delle ragazzine molto rispettose e penso che sia dovuto a come le ho abituate, infatti mi sono sempre posta in modo severo nei loro confronti. Solo quest’anno mi sono leggermente addolcita perché sono maturate.

Come pensi ti vedano?

Credo mi riconoscano sia come una figura autoritaria, infatti non sono mai stata accondiscendete ma sempre scrupolosa, sia come una compagna con cui scherzare.

Tu, invece, come ti descrivi?

Appassionata, entusiasta e pignola.

Ti è mai capitato di ricevere qualche confidenza “segreta” da parte di una di loro?

Nessuna, per ora. Ne sarei onorata, sono disposta a diventare la loro “psicologa”, però, è importante mantenere una certa distanza perché si rischia di essere inquadrate come un’amica. Io ebbi un rapporto speciale con una mia ex allenatrice, Valentina Antonucci, quando avevo circa sedici anni. Mi piacerebbe che si ricreasse con loro lo stesso legame.

Cosa apprezzavi di Valentina Antonucci?

Come gestiva le singole giocatrici e la squadra: la riconosco come un vero e proprio esempio di comportamento. È sempre stata corretta ed equilibrata nei nostri confronti.

Nella squadra che stai allenando, c’è qualche giocatrice in cui scorgi un potenziale?

Assolutamente sì, preferisco non fare nomi ma è lampante a chi mi riferisco. C’è una ragazzina che dal punto di vista fisico è predisposta ed è un talento naturale: anche il più profano della pallavolo, se la vedesse giocare, intuirebbe che può raggiungere un livello altissimo. Purtroppo, per ora, non ha la forza per sfruttare le sue potenzialità.

Da cosa è “bloccata”?

Penso, molto semplicemente, dal suo carattere; è insicura ed ha bisogno di molte attenzioni. È molto timida, se alzo un po’ la voce si impaurisce all’istante. È come se non si rendesse conto delle sue enormi possibilità.

C’è qualche ragazzina in cui ti riconosci?

Solo una che ogni tanto si arrabbia ed esulta più delle altre e che sembra farsi animare da quella “cattiveria” agonistica che mi ha sempre contraddistinto. A malincuore, penso che la principale differenza tra me, alla loro età, e le mie ragazze sia proprio la mancanza di slancio e grinta.

Raccontami di Elena Caldano come pallavolista; ora sei ferma per l’infortunio, ma hai intenzione di riprendere in futuro?

Sì, assolutamente. Sto già andando in palestra per non perdere l’affiatamento con il gruppo e nel frattempo rinforzo il ginocchio con qualche esercizio statico con la palla. Non vedo l’ora di ricominciare.

Ti vedi più allenatrice o giocatrice?

Entrambe perché sono due soddisfazioni differenti. Allenare è appagante poiché i risultati che si ottengono sono il frutto del proprio lavoro; come giocatrice, invece, posso sfogare la rabbia e la cattiveria.

Quando sei in veste di coach, come gestisci l’adrenalina?

Cerco di trasformare questo flusso energetico in incitamenti per le mie ragazze. In generale, le punzecchio per spronarle anche se è molto faticoso perché vedo un appiattimento generale dei caratteri.

In che senso?

Direi “appiattimento generazionale”: è strano che quattordici ragazze poco agguerrite si sono ritrovate tutte nella stessa squadra. Penso sia un fenomeno da estendere all’intera generazione e con cui bisogna fare i conti.

Secondo te, quale può essere un motivo di questo fenomeno?

Non voglio cadere in banalità, tuttavia penso ai social network, agli oratori deserti…Quando avevo la loro età, e non mi riferisco a un tempo così remoto, se perdevamo una partita mi arrabbiavo così tanto da non proferire parola per ore. Loro non la vivono così, ci rimangono male solo quando si rendono conto di non aver giocato bene ma manca il dispiacere perché la squadra intera non ha vinto.

La soddisfazione più grande che hai provato con le tue ragazzine?

Tutte le volte che le vedo coinvolte, autogestirsi in campo ed esultare: è un’emozione indescrivibile.

C’è stato un momento in cui ti sei sentita scoraggiata?

Sì, quando allenavo il minivolley. Non è il mio mondo: sono troppo piccole ed io non ho la pazienza per gestirle. Poi, i momenti di sconforto sopraggiungono ogni volta che la mia U14 non reagisce e mi chiedo: cosa le ho insegnato fino ad ora? Sono una ragazza emotiva e mi pongo tantissime domande. Tanto mi esalto quanto ci rimango male. Ne approfitto per ringraziare Noemi, l’altra allenatrice che è la mia salvezza perché con la sua calma riesce a tranquillizzarmi e farmi ragionare quando le mie paranoie prendono il sopravvento.

Paranoie di che tipo?

Di qualsiasi genere: quando ci rimango male, oppure mi chiedo cosa pensano i genitori, il perché di una partita andata male, perché le ragazzine non ascoltano… Lei riesce a prendere tutto con leggerezza e mi calma.

Cosa dici sempre alle tue ragazzine?

Svegliatevi, siate reattive!

8-02-2019

Ottavia Rancati