ciro de angelis

ciro de angelis

03/04/2021 Off Di Eugenio Lombardo

Ciro De Angelis, campione dentro.

Un giocatore completo. Questo è quel che può dirsi su Ciro De Angelis, bomber del Fanfulla. Un attaccante che vive per il goal ma sa anche prescinderne non facendone un’ossessione quando non arriva.  Ciro è originario di un luogo dove, una delle principali qualità, frutto della terra, è l’uva da tavola: e sa quanto i tralci possano essere ricchi di grappoli. Proprio come i goal. Certo, e Ciro lo sa bene, ci possono essere tralci che sostengono grappoli rigogliosi ed altri che si presentano anemici, ma tutti fanno parte dello stesso fusto.

Ecco, i goal sono come quegli acini, ci sono domeniche in cui appaiono numerosi, ed altri in cui a trovarne uno buono si fa fatica. Ma basta che maturi la settimana successiva perché gli acini si triplichino. Ogni domenica è una storia a se, nei vitigni, nella vita, e nel calcio.

Ciro ha fatto 134 goal in carriera, quelli almeno ufficiali, ed altri ne arriveranno: e qui a Lodi sa che, sul desco dei tifosi, può portare grappoli a iosa, deve solo portare pazienza, ritroverà la domenica della giusta vendemmia.

Ma la città d’origine di Ciro, Grottaglie, lì sulla punta estrema della Puglia, in provincia di Taranto, è anche terra artistica, di ceramiche eleganti, decorate in modo talmente raffinato da fare dimenticare che il manufatto è di umile argilla. Terra d’estri, e d’istinti artistici. Proprio come Ciro De Angelis interpreta le sue partite: appunto, da artista.

Durante il match, anche quando non segna, fa spettacolo: sa difendere la sua zona di campo, con la forza primordiale, anche qui atavica, di chi ha difeso, nel Sud che io ben conosco, il proprio suolo dalle invasioni nemiche, e Grottaglie è luogo di grotte e di sfide con la terra natura. Perché Ciro è un leone, che sa azzannare le difese avversarie: su di lui ho visto più volte difensori andare al raddoppio e poi duplicare a difesa, persino in quattro ad ostacolarlo.

Ieri, ha esibito un repertorio assoluto: ha colpito il pallone di testa decine di volte, pronto a fare salire la squadra, dettando l’appoggio, determinato ad incitare all’assalto; ha offerto il proprio torace come sponda, suggerendo preziosi assist; ha calpestato ogni zona del campo, persino in difesa nelle ripartenze. Ha sforbiciato le leve con una mezza rovesciata, in un gesto elegante nella sua prepotenza. Si è trovato in alcune circostanza solo, davanti al portiere: palloni schizzati, difficili da capitalizzare, ma lui ci ha provato, senza che la fortuna, in queste circostanze, avesse memoria degli audaci.

Ciro De Angelis è uno che in partita sorride raramente. Chi lo frequenta da vicino, sul campo, può confermarlo. Fuori è uno a cui brillano gli occhi, sornione, ricco di spunti, che talvolta abbozza e altre volte rivela in scherzi e battute. Ma in partita è concentratissimo sul pallone, e forse per questo racchiude la sua folta chioma in una coda da samurai, affinché non un solo ciuffo ribelle lo distragga. Ma sul campo Ciro non è mai dai solo: e non dico degli avversari, e neppure dei compagni di maglia, ma di sentimenti ed emozioni, talmente personali, che lo seguono nella vita, e che lui prende sotto braccio, perché sono come il bagaglio dell’emigrante, del girovago per necessità, e danno un senso alla vita di ogni giorno rendendolo speciale ed al tempo stesso costante, uguale nel tempo, ciò che forgia la propria identità e la propria storia. E un sorriso, soprattutto quando è dolce, ha agli angoli estremi della bocca sempre il suo lato di malinconia. E il goal ha la forza di volgere quest’ultimo sentimento in un sussulto di gioia e di rappacificazione con il mondo.

Ma quel che, personalmente, apprezzo molto in De Angelis è la sua gigantesca umiltà. Non gli ho mai visto rimproverare un compagno. Anche quando, essendosi smarcato dal più rude guardiano, e trovandosi da solo innanzi alla porta, non ricevendo il passaggio finale dal proprio compagno, ebbene, nessun moto di rabbia o di stizza avrebbe su di lui il sopravvento. Testa bassa, andrebbe ad imbastire una nuova trama di gioco, a riposizionarsi sulla propria tre quarti per fiutare una nuova, più concreta possibilità.

Solo i campioni sanno essere umili. Non ci sono altre verità. E’ probabile che Ciro non senta Lodi come una propria seconda casa. Conosco bene i meridionali. Troppo attaccati alle loro origini. E poi chi cambia tante città, non si lega mai veramente a nessuna. E da quando fa il calciatore, Ciro ne ha già cambiate dieci. Una città ogni due anni. Però Lodi può dargli qualcosa che altrove non ha ancora trovato. Sta a lui scoprirlo e desiderarlo. Qui, dopo secoli, si parla ancora del Barbarossa. Ed ai guerrieri si porta rispetto.

Eugenio Lombardo

02/04/2021