daniele bisogno

daniele bisogno

02/01/2021 Off Di Eugenio Lombardo

Daniel Bisogno e quell’amata maglia bianconera.

Del calcio, ho amato non solo il gioco, ma la storia di ogni singolo protagonista. Con alcuni ho sviluppato anche amicizie durature nel tempo. Fra queste, un legame speciale è con un fantasista, tutto genio ed estro, che ha militato per due stagioni nel Fanfulla: Daniel Bisogno.

Lo sport ha anche questo di bello: passano gli anni, eppure ci si ritrova ancora giovani, come se, ripescando dalla memoria gesta e situazioni, si tornasse effettivamente  a quel tempo lontano.

Daniel era un ragazzo di ventiquattro anni, adesso ne ha venti dippiù; è padre di tre figli, ma mantiene sempre lo stesso segreto su come affrontare la vita: dosi di buonumore a grappoli.

Una volta gli dissi: Daniel, dovunque giocherai, verrò a vederti, anche se dovessi fare una trasferta oltre oceanica. Non ho mantenuto la promessa, ma ho sempre seguito le sue prodezze tramite giornali, siti, video. Oggi gli rinnovo una nuova promessa: non appena siederà su una panchina importante – anche se il suo ruolo oggi è un altro, ma prima o poi arriverà per lui una chiamata prestigiosa – andrò ad applaudire la sua squadra. Lì in Uruguay, dove è casa sua.

Daniel Bisogno sorride: “No ci crederai – mi spiega, mentre si trova in una località balneare per qualche giorno di vacanza – ma quando mi collego su Internet, uno dei primi risultati che controllo è quello del Fanfulla: Andrea Ciceri è un grande allenatore, e questo nell’ambiente dilettantistico è un valore fondamentale, perché trovi anche gente mossa sì da passione, ma da scarsissima competenza. Sapere gestire uomini, nel calcio, è più importante di quello che si immagini.”

Sei rimasto nel mondo del calcio, lì in Uruguay.

“Si, credo d’altra parte che non avrei saputo fare altro o di comunque di meglio. Lo sport mi ha fatto crescere come uomo. Sto ogni giorno con centinaia e centinaia di ragazzini, giovani promesse: e non avrei mai creduto di avere la dote della pazienza, dell’equilibrio. Ho imparato.”

Di cosa ti occupi in particolare?

“Intanto faccio lo scouting per la squadra Defensor Sporting, che è la terza realtà del paese e dalle cui fila provengono alcuni giocatori per la nostra Nazionale maggiore. Sopratutto le formazioni giovanili della Nazionale Under 15, Under 17, Under 19 hanno nostri tesserati. Mi occupo dei giovanissimi: vado a vederli, ne saggio le qualità, e se intravvedo qualcosa di buono li porto nel nostro settore giovanile, che è il più importante dell’Uruguay. Ciò mi consente di essere in contatto con mezzo mondo.”

In che senso?

“Il calcio europeo è sempre interessato a quello sudamericano: se c’è un giocatore di qualità, quantunque giovanissimo, arriva sempre qualche vocina dall’Europa: Daniel, che mi dici su quel ragazzo? Ma io faccio l’interesse del Defensor Sporting. Mi sono arrivate proposte importanti, ma per adesso la mia dimensione è questa e sto bene.”

Di che numeri parliamo, Daniel?

“Metti la classe 2007: abbiamo reclutato 300 ragazzi di quell’annata; si allenano con noi per un periodo, poi io ne scelgo una trentina massimo, guardando solo alle capacità, perché ad esempio dai procuratori ricevo pressioni di ogni tipo. Quei ragazzi cerco di farli crescere anche come uomini, accompagnandoli nei valori: testa sulle spalle ed umiltà, per arrivare sono qualità indispensabili.”

Hai anche fondato due scuole calcio, a Montevideo.

“Sì, l’Isola scuola calcio, ho messo una denominazione italiana che ricordi la Sardegna, regione dove ho giocato per sei stagioni, lasciandovi più di un pezzo di cuore. Ma le scuole sono un divertimento, cioè la possibilità rivolta ai ragazzi che magari non approdano nei settori giovanili più importanti ma che vogliono comunque divertirsi col pallone e avere il loro spazio. Il calcio da noi ha un valor sociale importantissimo, e sotto questo aspetto io faccio pure l’allenatore. ”

Spiegami meglio.

“Noi abbiamo due tornei riservati agli over: sopra i 32 e sopra i 45 anni, gente che ha smesso con l’agonismo, ma che vuole ancora divertirsi col pallone. Come lo chiamate voi in Italia, calcio amatoriale? Io alleno le due squadre delle rispettive categorie over del Club Nautico, espressione del quartiere più chic della città di Montevideo. Talvolta incontro da avversari Recoba e Paceco, per dire…”.

Hai giocato con Recoba quando eri nella rosa della Celeste…

“Ero quello che soleva dirsi una promessa. Ma qualcosa non è andato per come avrebbe dovuto. Un po’ di sfortuna, certo, ma riconosco che anche io ci ho messo del mio. Inutile guardare indietro. In ogni caso, giocare in Italia è stata un’esperienza fantastica: speravo di accasarmi in una serie C, ho militato tra D ed Eccellenza, l’ultimo anno della mia carriera in Promozione, ma va bene ugualmente.”

Arrivasti nella stagione 2001/2002: dovevi giocare nel Fiorenzuola, in serie C, ma il progetto naufragò…

“Eravamo 16 sudamericani sbarcati in Italia con Mario Kempes, ex campione del Mondo con la sua Argentina, e che avrebbe dovuto essere il nostro allenatore. Eravamo legati ad un progetto societario che non si concretizzò: una storia complicata, perché c’erano due Fiorenzuola, quello ufficiale e quello nostro, sudamericano. I rispettivi presidenti non trovarono l’accordo per il passaggio di proprietà e noi rimanemmo a spasso. Di quei mesi ricordo la tensione e la paura di avere affrontato un viaggio a vuoto…Mi voleva anche il mister del Fiorenzuola ufficiale, quello che faceva la serie C, ma i miei procuratori dissero di no.”

Arrivasti al Fanfulla, però.

“E lì cominciai a realizzare il mio sogno: giocare in Italia. Da bambino vedevo sempre il vostro campionato al mattino: c’erano Maradona e Ronaldo il Fenomeno. Al Fanfulla ho giocato per due stagioni, e ne ho ricordi bellissimi. Con me c’erano pure altri sudamericani, come Marco Lencina e Gaston Romancikas. Ho un ricordo bellissimo del presidente Lottaroli, sempre presente ed affettuoso.  Nella prima stagione inizialmente giocai poco, in realtà. Ma aveva ragione mister Chierico, che io considero un grandissimo allenatore e un autentico signore. Molti dei suoi insegnamenti me li porto dietro, soprattutto il dialogo con i giocatori, senza divenirgli amici, ma con la forza dell’educazione e del rispetto. Dovevo adattarmi, non ero pronto, anche se io volevo solo giocare, sono sempre stato sanguigno, d’altra parte nelle mie vene scorre sangue italiano. Poi con l’altro allenatore che ebbe il Fanfulla non mi trovai per niente: non solo perché non mi vedeva bene come giocatore e non mi faceva giocare, ma perchè sotto il profilo umano aveva evidenti carenze. E fui costretto a lasciare il Fanfulla, dove invece sarei voluto rimanere. ”

A Lodi sei stavo comunque apprezzato.

“Verissimo. La Dossenina dava un qualcosa in più a noi giocatori. Ricordo un tifoso che potava sugli spalti la bandiera del mio Uruguay per farmi sentire a casa. C’è bisogno che ti dico chi era? Ma anche con i compagni avevo un ricordo splendido: Gambuto, Rubinacci, Marco Guarnieri, che era un bomber di razza, gli argentini, ed anche il brasiliano Eduardo Carloto, anche lui fortissimo e un bravissimo ragazzo, ma con cui ho perso i contatti.”

Tappa successiva all’Imperia?

“Sì, sempre il gruppo di procuratori che mi aveva portato in Italia mi indicò quella destinazione, serie D. Ho fatto lì due campionati: all’inizio furomo rose e fiori,  ero il capitano della squadra, nel primo campionato alla fine del giorno d’andata avevo già fatto 13 goal. Poi è cambiato l’allenatore e quello nuovo non mi vedeva, mo ha tolto subito dalla formazione titolare. In più mi sono fatto molto male alla caviglia e sono rimasto fuori per lungo tempo. Mia moglie era incinta, avevo bisogno di riprendere ritmo e fisicità, e accettai di andare a giocare nelle Marche, sempre in serie D. Ma avevo paura di non essere del tutto guarito dall’infortunio. Nella testa di un giocatore che ha paura si avvicendano tanti brutti pensieri.  Entrai in un momento di buio e volli tornare in Uruguay. Lì è nata Aurora, la mia prima figlia. Correva l’anno 2005 ed io ero oramai deciso a rimanere nel mio paese.”

E invece?    

“Mi cercò una squadra della Sardegna, il Budoni. Ne fui sorpreso. Ma la trattativa fallì.”

Come mai?

“Il Budoni chiese informazioni proprio a quel tecnico che all’Imperia mi aveva fatto fuori. Lui disse: tecnicamente è forte come Roberto Baggio, pensa un po’ il paragone che fece, ma non corre, sta immobile nel campo. E il Budoni non si fece più vivo. Nel frattempo io avevo chiamato un mio ex compagno, sempre dell’Imperia, per chiedere come si stesse in Sardegna; lui mi ha detto: se vieni in quest’isola, giochi per il Castelsardo.”

Come andò?

“Pensa, arrivai lì in Sardegna, e la seconda partita di campionato aveva proprio in calendario Budoni-Castelsardo. Ero senza allenamenti, ma vincemmo in trasferta: segnai una doppietta, primo goal su punizione. Dopo tre mesi, durante il mercato dicembrino, il Budoni fece carte false per avermi, e andai lì. Il mister mi disse: mi avevano detto che non correvi, ma invece sei in tutte le parti del campo!”

In Sardegna sei stato ben sei stagioni…

“E ci sono stato benissimo, ho giocato anche per il Quartu200, poi Porto Coralo, Nuorese,  Carbonia e, ultima squadra, Barisardo. Ho amato quell’isola e i sardi, che ti danno il loro cuore come pochi altri. Anche nel mondo del calcio, lì in Sardegna,  ho conosciuto persone uniche: al Quartu2000 c’erano due fratelli nella dirigenza che porto sempre nel mio cuore, Danilo e Alceo Melis. Ho avuto compagni che per me sono tutt’oggi veri fratelli, come Antonio Careddu e Paolo Piluddu. C’era poi il gruppo dei sudamericani: con gli argentini Sergio Recalde, German Portanova e Gustavo Mhamed avevamo costituito un gruppo unico, cementato da grande amicizia. Sono stati anni straordinari, che mi hanno fatto crescere  pure come uomo. E in quella meravigliosa terra sono nati gli altri due miei figli, a proposito il piccolino promette bene col pallone, un mancino tutto estro. ”

Lasciamoci con un augurio, visto che siamo all’inizio di un nuovo anno…

“Certamente, l’augurio è che lo sport aiuti tutti gli appassionati a reagire a questo virus: speriamo di prenderci i nostri presto i nostri sogni. Anche se i sogni vanno e vengono, ma le relazioni umane riscaldano lo spirito e restano nel tempo. La maglia del Fanfulla è nel mio cuore e auguro a tutto l’ambiente di prendersi, sul campo, davvero, ogni gioia possibile.”

Eugenio Lombardo