devecchi miriam

devecchi miriam

23/01/2020 Off Di Ottavia Rancati

A dicembre 2019, la commissione del Bilancio del Senato ha approvato l’emendamento alla manovra che permette alle atlete di essere professioniste sportive e non più dilettanti, equiparando le donne ai colleghi maschi ed estendendo le tutele previste dalla legge sulle prestazioni di lavoro sportivo. Significa che: per promuovere il professionismo nello sport femminile è previsto un esonero contributivo al 100% per tre anni per le società sportive femminili, che stipulano con le atlete contratti di lavoro sportivo. Una conquista importante. Ci si disfa della vetusta legge del 1981, che impediva di ottenere lo status professionale a calciatrici in nazionale o a pluripremiate alle olimpiadi. È Miriam De Vecchi, originaria di Lodi, a sottolineare la significatività di questo emendamento, ricordandosi di come fosse impensabile ai suoi esordi nel calcio di pensare di vivere praticando la propria passione. La centrocampista del Pavia, una tosta e tutt’altro che arrendevole, invita le più giovani a farsi avanti perché ora ci sono tutte le prospettive per fare del calcio, e di tutti gli sport, il proprio lavoro. Miriam, classe 1991, è centrocampista dell’A.C. Pavia Academy 1911 (PV) in Eccellenza (ex serie C in regionale).

Ti va di presentarti ai nostri lettori? Com’è iniziata la tua storia con il calcio?

“Ho iniziato a tredici anni, tardi per diventare calciatrice. La mia prima squadra è stata l’ASD Riozzese (MI), composta dal settore giovanile, la primavera e la prima squadra. Sono partita con le giovanissime, poi sono passata in primavera finché ho esordito in prima in serie A. Successivamente, mi sono spostata a Pavia Accademy 1911 (PV) per due anni e dopodiché, sono stata chiamata dall’ACF Alessandria Calcio Femminile (AL), che era in serie B, ed ho passato con loro sei anni, nel frattempo lavoravo per cui facevo avanti e indietro quattro volte alla settimana, era pesantino ma ero più giovane per cui ci stavo dietro. Poi ho giocato mezza stagione al F.C.D. Novese Calcio Femminile (AL) e infine sono tornata al Pavia.”

Come mai hai iniziato a tredici anni?

“Ho sempre voluto giocare a pallone, però mia mamma e mio papà erano restii, sai, i pregiudizi; per cui ho praticato arti marziali finché mi hanno dato il via libera perché avevano capito che mi interessava solo il calcio. Sono cresciuta con mio fratello e i miei tre cugini maschi: trascorrevamo le giornate in oratorio o in cortile a rincorrere il pallone. Ero il classico maschiaccio.”

C’è stato qualcuno in questo percorso che ti ha spronato a non mettere da parte questa tua passione?

“Le mie compagne: a quell’epoca le ragazze che sceglievano il pallone erano tutte pazzoidi, passami il termine, intendo dire che non avevamo prospettive, non si pensava nemmeno alla serie A o ad arrivare in Nazionale e poi non si era pagate. Per cui ci si ritrovava in un gruppo di persone tanto appassionate, quanto fuori di testa che volevano semplicemente giocare a calcio. Chi mi ha più inquadrato è stato un allenatore che ho avuto ad Alessandria, Davide Cantone, che mi ha fatto prendere il calcio più seriamente: mangiare in un certo modo, riposarsi, curare il proprio corpo.”

Da quest’anno fai parte della A.C. Pavia Accademy 1911 in Eccellenza, il direttore sportivo (Alessandro Albani) ti ha definito come una giocatrice fortissima tra le nuove arrivate, anche perché provieni da categorie superiori. Qual è l’apporto che rechi alla nuova squadra e che cosa questa ti può dare?

“Ho deciso di tornare al Pavia con Federica Troiani e Carlotta di Giulio, con cui giocavo al Noli, perché ci sembra una società solida, con obiettivi definiti e che assicura stimoli nuovi. È importante questo aspetto perché ormai, per noi più grandi, il ‘treno è passato’, cioè non potrò arrivare a categorie alte, per cui è bene avere qualcosa che ci tenga vive e il Pavia vuole vincere il campionato. Quello che posso portare a loro è la mia esperienza perché le altre ragazze sono tutte molto giovani, teoricamente dovrebbero guardare a noi per l’atteggiamento, per come ci muoviamo in campo.”

Quando dici che il treno è passato è perché ci sono state occasioni perse?

“Diciamo che da piccola non ero tanto sul pezzo: non avevo la stessa serietà che ho adesso. Ai miei tempi, la serie A non ti dava niente, adesso invece le ragazze possono pensare di arrivarci e di avere uno stipendio.”

Queste ragazze più giovani come sono?

“Sono molto serie, io ero più scalmanata.”

Anche in campo emerge questo tuo carattere da scalmanata?

“Sì, sono parecchio eccessiva in campo: sono una persona irruenta! Un anno ho preso cinque o sei espulsioni solo per protesta. Ora non lo faccio più. Però in campo sono sempre più accesa che fuori.”

Come mai?

“Non lo so, è una cosa che mi viene naturale. Provo a controllarmi ma non ce la faccio.”

Avrà sicuramente anche degli effetti positivi!

“Sì, diciamo che non sono una che molla facilmente la presa. Poi quando ci tieni, ti arrabbi.”

Ad Alessandria sei rimasta per sei anni, il tuo periodo più lungo in una squadra. Che tipo di esperienza è stata?

“Alessandria era un ambiente molto famigliare; gli obiettivi non erano precisi perché economicamente non eravamo supportate e, purtroppo, senza i soldi non si va da nessuna parte. Lì è avvenuto il mio più grande cambiamento: sono diventata una calciatrice seria, il mister credeva in me. Ho un ricordo bellissimo della presidente: una signora che per più di quarant’anni ha tenuto una squadra rosa, una storica del calcio femminile, in quanto trovare una società da così tanto tempo nel femminile è raro. Si chiama Maria Rosa Lianora Bellinzona e per me era la “Pres”; quando sono arrivata ad Alessandria, lei aveva già ottant’ anni: alta un metro e trenta ma sempre allegra, energica e ci teneva tanto: la stimo molto.”

Nei dintorni di Lodi che feedback hai ricevuto del femminile?

“C’è sempre stata la Riozzese; poi la parentesi del Fanfulla a Lodi, chiusasi subito.”

La tua esperienza nella Riozzese com’è stata?

“Divertentissima: eravamo tutte giovani e nel campionato giocavamo contro il Milan, l’Atalanta, il Brescia. Ho giocato con e contro tante ragazze che ora sono in Nazionale e Serie A. Il presidente era Ugo Guazzelli, un visionario che ha sempre creduto nel calcio femminile, più di noi.”

Se tu dovessi dare un consiglio ad una ragazza che vuole diventare calciatrice, cosa le diresti?

“Vai, fallo! Adesso chiunque può puntare ad arrivare in alto: se hai voglia, riesci. Nel 2019 è stata approvata la legge che consente alle donne di essere professioniste nello sport, per cui molte cose stanno cambiando in positivo.”

Quali sono i tuoi punti di forza in campo?

“Il senso della posizione perché essendo centrocampista centrale è un aspetto importante. Mi definirei anche aggressiva, nel senso sportivo, cioè sto col fiato sul collo, è pesante sopportami da avversario.”

La cosa più difficile da gestire in campo?

“Incanalare nel modo giusto la rabbia.”

Prima delle partite hai qualche rituale?

“Sì, sono una delle persone più scaramantiche della storia: dal sabato sera alla domenica svolgo tutto allo stesso modo: doccia, colazione, preparazione borsone, stessi indumenti. Ne ho veramente tanti. Ti racconto un episodio di quest’anno: io offro sempre il caffè quando arriviamo in campo, un giorno non avevo moneta e me l’hanno offerto. Abbiamo perso! Sicuramente non è stato quello, però da quel momento non è mai più successo.”

Come procede il campionato?

“Abbastanza bene, potevamo fare qualcosa in più; io do tanto ma sono molto esigente. Al momento siamo terze e dobbiamo riprendere con il girone di ritorno e l’obiettivo è vincere. Si può fare.”

Cosa non è andato bene?

“Quando si gioca contro le squadre più deboli e si perdono punti: sono quelli che ti fregano. Per cui direi l’inesperienza e il controllo della tensione.”

Con il coach Corrado Martinotti come va?

“Bene, è preparato e simpatico.”

Come deve essere il tuo mister ideale?

“Mi piace tanto la tattica e credo sia importante l’intensità, soprattutto nel femminile; per cui privilegio quei mister che sappiano tenerti con la testa in campo. Mi piace molto il nostro preparatore atletico, Arturo Gerosa: è un genio infatti lo chiamiamo “Il Prof”; cura riscaldamento e parte atletica; dall’inizio dell’anno non ci ha mai proposto un esercizio uguale, ci tiene sul pezzo.”

Com’è l’ambiente negli spogliatoi?

“Divertente: trovi di tutto, dalla ragazzina più pazza a quello timida. Partiamo dai sedici ai trentatre anni, per cui c’è un mondo. Tutti i venerdì sera dopo gli allenamenti ceniamo insieme ed è sempre molto piacevole.”

Qual è la compagna di squadra che porti nel cuore?

“Eugenia Zella: con lei ho giocato sei anni all’Alessandria e due al Pavia. Era il contrario di me: introversa e molto seria sul lato calcistico. Adesso lei gioca al Novi, tutt’ora ci vediamo e siamo in contatto.”

Lodi, 17 gennaio 2020

Ottavia Rancati