equilibrio e libertà

equilibrio e libertà

14/10/2020 Off Di ermanno merlo

La vita ha il sapore delle responsabilità, del sentirsi vivi fino in fondo. Di cercare e ricercare sempre la saggezza. Tesa come un lungo filo, sospesa nel vuoto, la vita ci appare timida. A volte, libero pensiero. Un deserto da attraversare con il vento che fa danzare l’anima, e le stelle di un cielo magico che illuminano la via.

Siamo carne e parola, strada infinita per la libertà. Da conquistare e apprezzare sempre fino in fondo. Senza dimenticare.

Solo la voce del grande saggio ci potrà dire della musicalità dei suoni.

Delle parole, del grande mistero.

E delle fatiche con cui ognuno di noi lotta, ogni giorno.

C’è chi conosce bene questa nostra vita, o almeno ha imparato a conviverci.

Perché il grande dilemma dell’uomo è proprio questo: convivere con i nostri dolori, preoccupazioni, con quell’idea che da sempre ci tormenta, cercando di trovare un senso.

Il tempo del ricordo non si ferma mai e le sue lancette producono un instancabile ticchettio, frenetico, quasi ossessionante.

Con una sfumatura di lieve malinconia.

Ma torna il sorriso dopo una vittoria, dopo aver domato il mare, dopo aver ascoltato la voce del sogno che, a volte, si avvera.

È lui.

Malek Suleiman, 20 anni, originario del Ghana.

È lui che balla con la vita, che si getta a braccia aperte nel vortice del rischio e che ha imparato a convivere con l’incertezza.

Oggi il sole è alto, simbolo di un risveglio da preservare, infonde gioia.

Lo vedo arrivare in lontananza, Malek e la sua splendida compagna Stefanì: si avvicinano e si siedono accanto a me, sorridenti, ricchi di entusiasmo.

Di colpo mi perdo nell’abbraccio caldo di parole sapienti, nella storia di un grande uomo.

Mi lascio trasportare dall’emozione e volo nell’anima.

Nell’anima di chi ha pianto e sperato, di chi, anche se in modo incerto, non smette mai di coltivare il sogno.

Ciao Malek! Sentendo Simone Santus, dirigente dell’Atletico Qmc, si è portati a pensare che questa possa essere una stagione importante per te, ricca di possibilità per crescere. Lo credi anche tu? Se sì, perché? 

“Lo credo anche io. Già dall’inizio del campionato avevo questa sensazione, sentivo che questa stagione sarebbe stata importante per me. La mia squadra ha fatto nuovi acquisti e dal mio punto di vista abbiamo tutte le caratteristiche per puntare in alto.

I dirigenti hanno fatto un buon lavoro, ora tocca solo a noi giocatori.

Se restiamo concentrati possiamo finire il campionato in modo tranquillo, evitando di salvarci all’ultima giornata.

I mister Pasquale Provenzano e Francesco Bertoletti mi hanno dato moltissima fiducia e io vorrei fargli capire che hanno fatto bene, ripagare questo loro gesto.”

Fammi conoscere il tuo percorso sportivo.

“Agli inizi ho giocato alla Laudense Ausiliatrice poi sono passato alla Juniores del Fanfulla, ma a metà stagione sono tornato alla Laudense. Adesso è da due anni che gioco nell’Atletico Qmc.

Quando giocavo alla Laudense, il mister mi concedeva tutto per farmi divertire.

La mia abilità era quella di correre molto velocemente, così, correvo per tutto il campo, l’unico problema però era che quando arrivavo davanti alla porta, non riuscivo mai a segnare perché ero stanco.”

Malek, quali sono quindi le tue qualità tecniche? Oltre alla corsa ovviamente!

“Credo di avere un tiro potente e preciso, ho un veloce doppio passo e una castagna molto forte.”

Ora ti senti diverso come calciatore rispetto al passato? C’è qualcosa di differente in te rispetto alle stagioni precedenti?

“Sono cambiate tantissime cose. Un tempo giocavo solo per divertirmi. Nel Fanfulla invece si faceva sul serio: l’obiettivo doveva essere quello di vincere, alternative non ce n’erano. Sono cresciuto mentalmente, soprattutto nel mio atteggiamento durante la partita.

Prima caratterialmente ero fragile, adesso invece posso dire di avere più fiducia.

Nella mia squadra sono l’ultimo a mollare, anche se stiamo perdendo. Ho imparato a non arrendermi.”

Malek quando hai giocato alla Laudense Ausiliatrice e al Fanfulla, in contemporanea hai partecipato e sei stato il leader del progetto Rete! Che ricordi hai di questa esperienza? Ma soprattutto che rapporto hai con Gabriele Peccati uno degli allenatori più apprezzati di Lodi?

“Questa iniziativa è stata importantissima per me. Un grande progetto che mi ha aiutato a integrarmi e grazie al quale io e i miei compagni abbiamo iniziato a stringere nuove amicizie Portare per l’Italia il nome di Lodi ci ha inorgogliti molto. Mister. Peccati secondo me è il migliore allenatore che esista al mondo.  Molto spesso mi capita di pensarlo e allora gli mando un sms per sentirlo vicino. Le partite giocate con lui, le abbiamo quasi sempre vinte. Ma la cosa secondo me più importante, è che ci ha insegnato che l’educazione viene prima di tutto. Grazie a lui abbiamo imparato a giocare con rispetto. Anche fuori dal campo ha saputo starci sempre vicino, confrontandosi con noi, ascoltandoci, per me è come un papà.

Anche quando ero indeciso se proseguire no a giocare a calcio, lui mi ha dato la forza per continuare ancora a sognare. Sono pienamente convinto che il progetto Rete! sia stato fondamentale per la mia vita.”

Qual è il giocatore più forte che tu abbia mai incontrato?

“Secondo me, è Damian, che gioca alla Laudense. Fa quello che vuole con il pallone ed è molto rapido. E’ rimasto in Terza categoria, anche se spesso ha avuto le possibilità per salire di livello, ma lui ha deciso di restare alla Laudense, facendo così una scelta di cuore, ma pur sempre ragionata, in quanto ha sempre cercato di conciliare pallone e lavoro.”

In Ghana da piccolo giocavi a calcio?

“Sì, anche se ero il più scarso del gruppo di amici con cui giocavo. Il mio ruolo era quello del portiere, strano vero per uno che oggi fa l’attaccante? Purtroppo non era molto facile giocare a calcio, perché non dovevamo assolutamente tornare a casa con i vestiti sporchi. Non avevamo la lavatrice e sporcarci era un grosso problema. Posso raccontarti una cosa…”

Certo! Dimmi

“Un giorno i miei compagni hanno detto ‘vediamo cosa sa fare Malek e hanno tirato la palla verso la porta, io l’ho presa al volo ma ho oltrepassato la linea della rete facendo così un autogol.

In realtà non avevo neanche capito il senso dell’azione che avevo appena compiuto, perché pensavo che solo aver preso la palla fosse simbolo di vittoria.

Così uno dei miei fratelli si è avvicinato e mi ha detto: ‘Malek cambia ruolo’.

Così da quel momento non sono più stato in porta, ho giocato come terzino fino a 10/11 anni, avevo un tiro molto forte.”

Oggi sei un attaccante, fortissimo aggiungerei io. Grazie mille Malek. Quanti fratelli hai?

“Ho quattro fratelli e una sorella. Mio papà invece ha avuto tre mogli e quindi ho da parte sua altri fratellastri. Lui è morto nel 2013, di conseguenza ho perso anche i rapporti con gli altri suoi figli.

Non ho molti ricordi con lui, anche perché aveva una famiglia allargata di cui occuparsi e quindi non è mai stato molto presente.”

So che ora però sei tu un papà meraviglioso!

“Sì, Adam è figlio mio e di Stefanì. Ha quasi due anni. Per lui impazzisco, cerco di dargli l’affetto che io non ho mai ricevuto dal mio papà. Voglio essere per lui il miglior padre che ci sia.

Vivo così, ponendo il suo benessere prima di ogni altra cosa.”

Come hai conosciuto Stefanì?

“L’ho conosciuta grazie ad amici comuni. Prima abbiamo stretto un rapporto ma non di tipo sentimentale poi, però, mi sono fatto avanti, rivelandole l’amore che provavo. Lei ricambiava il mio sentimento anche se ancora non sapeva della mia malattia per il calcio…”

Se dovessimo fare un viaggio in Ghana insieme, dove mi porteresti?

“Io sono nato nel capoluogo del Ghana, a nord. Ma non c’è molto che potrei farti visitare, l’unica cosa è il deserto. Può avere il suo fascino, soprattutto di notte, capita infatti che la volta celeste si trasformi e renda il paesaggio magnifico. Il Ghana un pochino mi manca, l’ho lasciato a 14 anni.”

Hai scelto tu di venire in Italia?

“Io, perché mi ero spostato in Libia con la mia mamma e i miei fratelli. L’obiettivo di mia madre era quello di andarsene per sempre dal Ghana. Le cose in Libia però, si sono messe male. Avevo quattordici anni, quando ci hanno portato in prigione senza alcun motivo. Lì, mi hanno separato dalla mia famiglia e non ho più avuto contatti con loro. Una volta uscito di prigione, sono stato per un periodo in Libia insieme ad alcuni ragazzi che come me cercavano un futuro migliore.

Mi sono ritrovato a seguirli anche se non li conoscevo bene, perché ormai erano la mia unica speranza di sopravvivere.

Così ci siamo imbarcati per oltrepassare il mare. Eravamo in 110 su un barcone che si piegava non appena le onde lo percuotevano violentemente.

Quando ci hanno avvisato che eravamo quasi arrivati in Sicilia, mi sono messo a piangere.

Un momento in cui ho perso le ultime mie speranze di salvezza, è stato quando l’acqua ha iniziato a entrare nel barcone, così ci siamo ritrovati nel panico.

Con le nostre magliette strizzavamo l’acqua fuori dalla barca, per fortuna poi è arrivata la guardia costiera a salvarci.”

E poi cosa è successo?

“Sono stato ad Agrigento per un po’ di tempo e poi mi hanno mandato a Siena, lì sono stato per 2 o 3 mesi, poi mi sono spostato a Genova e infine a Lodi, tanti spostamenti perché si cercava un posto per permettere che io studiassi. Dove però ho veramente sentito di aver messo radici è stato proprio Lodi. Qui sono stato aiutato dalle Pleiadi; le persone che ho sempre sentito più vicine sono state Vincenzo, Martino e Selena.”

Sei riuscito a recuperare i rapporti con la tua mamma e i tuoi fratelli?

“Grazie a un mio zio materno sono riuscito a entrare in contatto con loro, mentre i parenti da parte di mio papà non li ho più sentiti. Mia mamma ed i miei fratelli alla fine sono tornati in Ghana, attraversando ancora tutto il deserto.”

Ora dove vivi?

“A Lodi in una casa di accoglienza in via San Francesco da cui tra poco dovrò uscire. Infatti qui un periodo di permanenza dura sei mesi. Ho trovato però una casa con Damian e altri due ragazzi, andremo a vivere insieme.”

Che passatempi hai oltre al calcio?

“Oltre a giocare a calcio, mi piace tantissimo cucinare. Il piatto che so fare meglio è la pasta al ragù.”

E adesso qual è il tuo obiettivo?

“Per me adesso è importante trovare un lavoro stabile, per ora ne faccio uno a chiamata, mi piacerebbe però trovare una occupazione a tempo indeterminato nel campo della Logistica.”

Così si conclude il nostro parlare, il nostro susseguirsi di sguardi e sorrisi. Racconti e silenzi.

Malek ha arricchito la mia anima, lui con la magia di un poeta ha saputo trasformare il pianto in futuro. Abilmente ha trovato nel gioco del pallone una via per ripartire. Ha percorso il cammino della luce, verso l’infinita libertà calciando un pallone.

Ora lo vedo, allontanarsi insieme a Stefanì, in bicicletta.

Una battuta della nostra chiacchierata mi ritorna in mente e non mi lascia via di scampo, m’interroga ardentemente, si infila nei meandri della ragione.

Così non posso far altro che ripeterla per regalarmela ancora una volta, per non perdere la magia del suo fascino. Lui, sorridendo dolcemente con lo sguardo colmo di una speranza ritrovata mi aveva citato una frase del suo stimato compagno di viaggio, mister Gabriele Peccati.

“Non dobbiamo mai dimenticare i nostri sogni, possono diventare realtà, prendiamocene cura”.

Una frase dettata dall’aiuto, dalla necessità di fare del bene, ma che ha profondamente colpito il cuore del giocatore innamorato della bellezza.

Il sogno aiuta a tessere nuove storie, ad andare al di là, a poter muoversi in ‘direzione ostinata e contraria’, ad alimentare la rivoluzione.

Saggio sognatore. Narratore di un nuovo domani. Di anime in fuga portate dal vento d’oriente.

Malek scrive di volta in volta il futuro, in modo coraggioso, stringendo la mano a quella nuova creatura a cui lui e Stefanì hanno donato la vita. Portando con sé ciò che è essenza d’amore.