GABRIELE BOLIS

GABRIELE BOLIS

04/02/2024 Off Di Eugenio Lombardo

L’INCONTRO CON IL DS GABRIELE BOLIS

di Eugenio Lombardo

Premessa: elogiarlo sarebbe troppo facile. Equivarrebbe ad incensarlo.

Sappiamo che, nell’ordine, è educato forbito e giovanissimo per i ruoli già ricoperti, molto bravo, preparato, ed anche un ragazzo bello, fuori e dentro, comunque pieno di vita, sprigionata come un surf su un’onda altissima e domata.

Ma quel che auguriamo al direttore sportivo della Pergolettese, Gabriele Bolis, è di mantenersi così com’è nel tempo: sorretto da una passione che lo rende spontaneo e semplice, disponibile, sincero.

Come avrebbe detto Lucio Dalla, scrivetemi fra vent’anni e ditemi se è rimasto così. Ma mi auguro di potere andare a verificarlo personalmente.

Gabriele Bolis, tu arrivi al calcio professionistico attraverso un porta secondaria, mi pare.

“Giocavo nel Senna Gloria, dopo un brevissimo passato nelle fila giovanili del Fanfulla. Ma a 22 anni ho smesso, perché ho capito da solo che ero scarso, anche se io a quell’età mi lamentavo, volevo più spazio: invece aveva ragione mister Susani, il calcio giocato non era per me”.

E cosa hai fatto allora?

“Quel Senna Gloria era una famiglia: c’era il direttore Claudio Monaco, il presidente Pasquale Aiello, è stato proprio lui a chiedermi di assumere il ruolo di direttore sportivo e lui per me è sempre stato una figura di riferimento”.

Come andò quell’esperienza?

“Vincemmo il campionato di Prima categoria, stagione 2017/’18. Avevamo una squadra competitiva: Christian Arena, Marco Spina, Giuseppe Marchi, Edoardo Intropido, il portierone Luca Crespiatico, e un ragazzo dello Sri Lanka, dal cognome complicato, ma che faceva la differenza”.

Stagione successiva?

“ Mi chiamano alla Pergolettese, come consulente di mercato, dove mi occupo del settore giovanile e della I squadra, con la quale vinciamo il campionato di D. In quel torneo c’era pure il Fanfulla. Ci aggiudicammo lo spareggio col Modena, a Novara, stagione 2018/’19”.

Praticamente in due anni: due società, due tornei, due vittorie. Al terzo anno?

“E’ la stagione 2019/’20: quella del Covid. La squadra, alla sua prima esperienza fra i professionisti, si salva. Ma resta un periodo tristissimo: anche in seno alla società, a causa della pandemia, qualcuno scompare e sono cose che lasciano il segno”.

Tu non resti però alla Pergolettese, è corretto?

“In estate mi chiama Giovanni Carnevali, amministratore delegato del Sassuolo, e mi chiede di collaborare con lui: la società promuove un progetto relativo alle affiliazioni, sorretto da principi etici e sportivi, denominato Generazione S (dai nomi di Sassuolo e del patron Squinzi). Questo progetto riceverà anche un premio dall’Uefa”.

Com’era quel Sassuolo?

“Aveva De Zerbi come mister, seppure alla fine del suo ciclo, Locatelli in campo, conquistò il suo record di punti nella massima serie, 62, unica nota dolente gli stadi ancora chiusi per il Covid”.

Non hai proseguito lì, screzi con Carnevali?

“Veramente ci sentiamo ancora oggi spessissimo. No, è stata una scelta mia: volevo assumere maggiori responsabilità, avere una funzione maggiormente operativa. Ho voluto fare il corso a direttore sportivo e sono tornato alla Pergolettese ricoprendo questo ruolo. D’altra parte, per me il presidente Fogliazza è una persona fondamentale, come un secondo padre”.

La Pergolettese è una realtà importante del calcio professionistico: mi pare abbiate un occhio sempre molto oculato.

“Abbiamo sempre fatto bene, piazzandoci costantemente nei play off”.

Dicono che sai scegliere bene i giovani.

“Sono bravi loro. Prendi, ad esempio, Fabio Abiuso, che oggi gioca nel Modena, per lui parlano i numeri. I giovani io li seguo con molta attenzione: ne ho mille ragazzi che in questo momento sto valutando”.

Mille?

“Mille”.

Impossibile.

“Mi affido agli algoritmi, vedo chi cresce, chi scende: se ho conferme importanti vado a vederli personalmente”.

Chi è il giocatore che più ti ha fatto impazzire quando ancora non facevi il dirigente sportivo?

“Dici da tifoso? Mio papà mi ha trasmesso la passione per il Milan ed il mio idolo era Kakà: l’unico poster che avevo nella mia cameretta era il suo, e ho voluto conservarlo”.

E l’allenatore che come dirigente stimi maggiormente?

“”Mister De Zerbi. Lui è un fenomeno, è a un livello diverso, è oltre Guardiola. I suoi ex giocatori, quelli che hanno seguito le sue orme, ne imitano l’impronta: De Zerbi è uno che fa scuola. Il suo apporto alla squadra è sempre positivo”.

E degli emergenti, in serie C chi ti ha colpito sinora?

“Come giovani, il mister della Giana  Andrea Chiappella: non gli sto tirando la volata perché non lo conosco personalmente, ciao ciao quando ci si vede in campo, ma credimi ha spessore. Però,  il nome più illustre in serie C è mister Attilio Tesser. Lascia stare i tornei vinti, quattro in C ed uno in serie B, dico proprio della persona: è un vincente, è l’Ancelotti dei nostri tornei”.

Questa tua Pergolettese ha giovani molto interessanti.

“Verissimo, ma senza quei quattro, cinque vecchietti d’esperienza saremmo più indietro: calciatori come Alessandro Lambrughi, l’ex Catania Andrea Mazzarani, neo papà, Davide Bariti, Mariano Arini, loro sono veri punti di forza per noi”.

Avete preso De Luca, detto la “zanzara”…

“Come fai a saperlo, intendo del soprannome?”

A Catania lo si voleva bene questo ragazzo…

“Allora, vieni a vedere una partita che te lo presento: sei mio ospite”.