il sogno con ismail

il sogno con ismail

04/07/2020 Off Di ermanno merlo

I sogni possono diventare realtà.

E a volte la realtà si mostra così ardua da sopportare, che l’unica via possibile è il sogno.

L’unico mezzo che possediamo per poter trasfigurare ciò che ci circonda, per resistere alla tristezza che portiamo dentro, alla solitudine che spesso prevale, quando i giorni sono bui.

Kalos kai agathòs direbbero i greci.

Bello e bene.

Racchiudevano in queste tre parole l’importanza e l’essenza del lavoro di squadra, di come fosse importante per loro la partecipazione.

Questo lo sa bene, Ismail Sangari 21 anni, originario della Costa D’avorio, promettente calciatore della Laudense di Lodi.

Conosce la capacità che ognuno ha dentro di sé della condivisione, dell’intreccio di più anime.

Il cielo promette pioggia, nuvoloni fanno capolino, oscurando i colori del tramonto.

Un fresco venticello si alza e dopo tutto questo caldo posso finalmente respirare; faccio entrare la carezza della vasta distesa blu nel cuore e mi preparo a scrivere una nuova poesia.

Arrivo al cancello della piccola casa di via san Fereolo e Ismail mi aspetta sorridente, poi mi saluta e mi fa entrare.

Ci sediamo nel piccolo cortile, che circondato dalla sua e da un’altra abitazione, si affaccia sulla via.

Mentre una bambina cavalca la sua bicicletta spensierata iniziamo a condividere parole.

Ciao Ismail, dimmi ti piace giocare nella tua squadra?

Si, mi trovo molto bene.

Da due anni gioco in questa squadra.

Quando lo faccio mi sento felice, siamo molti e ci divertiamo.

Come sei entrato nella realtà del gioco del calcio a Lodi?

Ho fatto una partita di prova a Corte Palasio, due signori Vincenzo e Massimo mi hanno visto giocare e stupiti mi hanno chiesto se volevo entrare nella squadra.

Io però, gioco da quando sono piccolo.

In Africa, lo facevo nel quartiere insieme ad altri bambini, per me è proprio una passione.

I tuoi compagni di squadra ti hanno accolto subito?

Sì, certamente, è stato molto facile.

Noi, siamo gente diversa, ci piace giocare insieme.

A tutti sono subito piaciuto.

E adesso, ti piace vivere a Lodi?

Sì, mi piace molto.

Al di fuori dei miei compagni di squadra ho molti amici.

Sono sempre vicino agli altri, a chi ha bisogno.

Sono in Italia da tre anni, il calcio mi ha aiutato a integrarmi con il paese e con la gente.

Ora sono contento.

Come hai vissuto la situazione di emergenza sanitaria? Ti è dispiaciuto non poter più giocare?

Se mi è dispiaciuto? Sì molto!, però non possiamo farci nulla.

Così è la vita.

Quali sono i tuoi obiettivi per il futuro?

Per adesso vivo pienamente il presente e quello che mi dona la vita, però mi piacerebbe che la mia squadra salisse in seconda categoria.

Con loro ho fatto due anni di gioco, se potessi farne altri sarei molto contento.

Così si conclude la mia chiacchierata con Ismail, parlando del futuro, a volte lembo di terra bagnata o strada da percorrere per la salvezza.

Uomo di poche parole, gentile, tenero.

Emoziona lo sguardo di un uomo che conosce il vivere, il suo sapore amaro, ma che nonostante ciò ha saputo trovare un’occasione di riscatto grazie al gioco del pallone, che a volte, come in questo caso, salva l’esistenza.

La capacità di riconoscere in un volto la bellezza, di ricercare il senso non è da tutti.

Ismail emoziona con la sua voce bassa, i suoi sorrisi, i gesti delicati.

La sua è una lezione per il nostro essere e per l’egoismo che spesso caratterizza l’uomo.

Il suo sguardo d’amore aiuta a ritrovare quell’energia che è presente in tutti noi sin dal nostro essere primordi, ma che poi tendiamo a dimenticare: la condivisione.

Mentre chiudo il mio quaderno e ripongo la penna stilografica nella borsa che mai mi abbandona, lo vedo correre in casa.

Dopo qualche minuto esce seguito dalla madre.

Alta, con un lungo vestito color africano.

Mi guarda e poi guarda suo figlio e fiera sorride, gli occhi si illuminano e la luce della sera cala sul suo volto.

Un bagliore di speranza ha fatto capolino nelle nere pupille della donna, che è ormai commossa dal figlio che ha cresciuto.

Non contano quasi più i sacrifici che ha fatto, le lacrime versate, la nostalgia di giorni perduti ora è per lei ricompensa più grande vedere il suo giovane fanciullino correre in un campo prendendo a calci un pallone e rincorrendo la vita, perché è convinta che dal seme gettato sia nata una rosa.

Una rosa rossa, direbbe Magritte, fiore della salvezza.

Gentilmente mi saluta e piena d’orgoglio nel cuore rientra nella piccola casetta che condivide con il figlio.

Poi ringrazio l’eroe della libertà, dell’essere sognatori.

Del portare sempre ogni giorno sulle proprie spalle borse piene di stelle che affaticano il cammino, ma sono la speranza che un giorno tutti potremmo essere vita, ognuno allo stesso modo, consapevoli che non vi sono buoni e cattivi, giusti e sbagliati, ma esseri umani.

Mi allontano così, mentre comincia a piovere.

Ogni passo, sempre più distante da quel sogno appena assaporato.

Io e Ismail, come fossimo per sempre mano nella mano.