La nebbia asseconda i giochi …

La nebbia asseconda i giochi …

28/12/2021 Off Di ermanno merlo

La nebbia asseconda i giochi del sole nella pianura padana.

Per chi è campanilista come me, non può non provare passione e ammirazione nei confronti di questo fenomeno atmosferico, che soffonde magia e mistero per le strade della città.

Le case, i palazzi, i marciapiedi, ogni cosa si fa insicura, delineata da una impercettibile linea trasparente.

Mi avvicino passo dopo passo al quartiere di periferia. Quello che molti chiamano Muraglia. Ma che in realtà è qualcosa di più di un semplice complesso di case popolari.

Un luogo dove tutti si conoscono e non ci sono confini di razza o di scontro, ma ove i valori umani sono al primo posto.

Lo sa bene Bilal Nassam, 20 anni, originario del Togo, abile calciatore del Cavenago.

Lui che saluta con sguardi di intesa ogni persona che incontra o che passa per caso nel freddo parco circondato dalle abitazioni.

Bilal è una persona senza giri di parole, dice quello che deve dire fino in fondo.

Asciutto e pulito.

Crede nei valori dell’amicizia e della condivisione.

Coltiva il suo saper guardare il mondo e sa cogliere le opportunità che la vita gli offre, come un gabbiano nel cielo d’estate che plana sul mare in attesa che qualche pesce faccia capolino dalle onde.

Ciao Bilal, ti va di raccontarmi un po’ il tuo percorso sportivo? 

Ho incominciato all’Azzurra a nove anni. Sono stati tre anni faticosi, ma in cui ho sviluppato le mie capacità calcistiche e ho scoperto di avere delle potenzialità.

Successivamente mi sono spostato all’Edelweiss e poi al Lodivecchio in rappresentativa.

Ho giocato quattro stagioni al Montanaso.

È stato bellissimo indossare la maglia verde – bianca.

Poi mi sono trasferito in Francia con i miei genitori per sei mesi.

Ho intrapreso un percorso sportivo anche lì, dove se fossi rimasto avrei potuto, in prospettiva, avere successo.

Però la mia scelta è stata quella di tornare a Lodi, dove avevo ad aspettarmi Sharon, la mia fidanzata e gli amici. (I fratelli con mamma e papà sono invece rimasti in territorio francese, anche se periodicamente vado a trovarli).

Sono stato fermo tre anni un po’ causa Covid, ma anche perché ero ancora tesserato in Francia, ora ho ripreso l’attività calcistica al Cavenago. Siamo una squadra forte e le capacità per vincere il campionato ci sono tutte.

Ti sei pentito della scelta di tornare a Lodi, oppure la rifaresti?

La vita qualche volta ti mette davanti ad un bivio e tu devi con saggezza decidere che direzione prendere. Sicuramente in Francia avrei fatto grandi cose con il pallone, ma sono certo che presto otterrò anche qui ottimi risultati. Perciò, non posso dire, di aver fatto la scelta sbagliata.

A Lodi ho la mia seconda famiglia (gli amici e la mia fidanzata) una casa e un lavoro.

Adesso non mi manca niente.

 

Che differenza trovi oggi con la ripresa, rispetto a tre anni fa?

Sicuramente il livello agonistico. Io nel Montanaso facevo il regionale, c’erano calciatori di alta qualità. Qui al Cavenago mi trovo molto bene, ma devo ancora abituarmi ad un tipo di tattica diversa.

Cosa ti piace del calcio? 

Tutto. Adoro questo sport e spero veramente che qualche squadra importante noti le mie capacità così da poter cominciare una carriera vera e propria. Intanto io continuo a impegnarmi, partita dopo partita, poi staremo a vedere.

Com’è il tuo rapporto con mister Castelli? 

Molto buono. È basato sulla fiducia e sul rispetto. Questo fa sì che non sia una relazione di amicizia, ma un profondo scambio professionale. Sa fare bene il suo dovere.

Quest’anno credo che la squadra possa salire anche in II categoria, ma tutto dipende da noi e dalla nostra voglia di fare.

Il calcio ti ha aiutato nell’integrazione? 

Moltissimo. Grazie a questa attività sono riuscito a radicarmi nel territorio lodigiano e a fare nuove amicizie. È bello creare una fitta rete di relazioni sociali anche con i giocatori delle squadre avversarie. Si trovano individui fondamentali. Questo è il segno dell’importanza di un gioco come quello del calcio, in cui i sentimenti e la sportività vanno oltre ogni risultato.

Ci sono dei compagni di squadra a cui sei più legato? Come mai? 

Filippo Formenti, Stefano Tomella e il nostro bomber Alessandro Iorfida.

Sono persone capaci di dare tanto, di farmi divertire e di sostenermi nelle scelte di vita quotidiana.

Sei legato profondamente alla maglia del Cavenago oppure lasceresti per un livello superiore? 

Io guardo al presente. Ora l’obiettivo è uno solo: vincere il campionato.

Chiaramente se un giorno dovessero arrivarmi delle offerte interessanti, non dico che non ci penserei.

Qual è il tuo rapporto con il Togo, tu che sei così tanto radicato nel territorio lodigiano? 

Sono giunto qui in Italia in aereo nel 2010, all’età di nove anni insieme a mio fratello.

Questo è stato possibile grazie a papà, arrivato già nel 2000 seguito dalla mamma nel 2007.

Sono due grandi persone i miei genitori, con fatica e determinazione sono riusciti a regalarci un futuro migliore.  Devo molto a loro, mi hanno aiutato ad essere quello che sono oggi.

Ora in Togo ho tutti i miei zii e cugini, con i quali sono rimasto in contatto. Quando ci sarà l’opportunità non vedo l’ora di tornare a trovarli, sicuramente faremo una grande festa.

In Togo giocavi a calcio? 

No. Questa è una passione 100 % italiana.

Se dovessimo fare un viaggio insieme in Togo cosa mi faresti visitare? 

Ti porterei nella capitale Lomé, che è anche la mia città natale. C’è il mare e dei paesaggi naturalistici da togliere il fiato. Sicuramente però ti condurrei anche nella visita dei singoli villaggi, così da farti conoscere anche le particolarità togolesi.

Hai altre passioni oltre al pallone?

No. L’unica è la mia fidanzata.

Dice rivolgendo un dolce sorriso a Sharon, la compagna, che oggi affronta il freddo di fine autunno, per assistere all’intervista.

Quali sono i tuoi obiettivi per il futuro? 

Mi piacerebbe stare bene, avere una bella casa, giocare a calcio come professionista e continuare ad alimentare la relazione con le persone care che tengo nel cuore.

Bilal, mi saluta con un sorriso gentile, s’infila in testa il cappuccio del giubbotto blu e si allontana dal parco umido, mano nella mano insieme alla compagna.

Rimango solo e mi perdo nei pensieri.

Non c’è neanche un’anima, oltre la mia, ad animare la vasta distesa verde.

Nei pressi del giardino, anche la piccola scuola popolare dell’associazione Pierre che accoglie ogni giorno tanti bimbi, che non hanno un luogo sicuro dove trascorrere il pomeriggio.

Simbolo, ancora una volta, di un quartiere che si anima.

Mentre sono fermo nella contemplazione, nel meditare l’energia dell’incontro pomeridiano con Bilal, la sera si avvicina e le ombre delle cose si fanno sempre meno vive nell’abbraccio della nebbia.

Ermanno Merlo