la porta della vita

la porta della vita

11/07/2020 Off Di ermanno merlo

La porta della vita

Il direttore di Gazzetta Lodigiana l’altro giorno mi ha spiegato, conoscendo il mio istinto da sognatore, che non sempre è giusto parlare di sogni, a volte è meglio concentrarsi sulla realtà, sul racconto delle sfide della vita.

Sulla visione del reale così com’è.

Ho riflettuto. Ho cercato un punto di incontro: forse, una linea; che tracci il confine tra ciò che è veglia e ciò che è sogno.

Importante è rendersi conto di quello che ci circonda, delle visioni che caratterizzano i nostri momenti, lasciandoci trasportare dalla straordinaria forza che possediamo: sognare.

Questo ho capito, ancora più a fondo, dopo avere incontrato Aladji Gomis classe 2000, portiere della Juniores Laudense.

Dal Senegal, partito adolescente, arrivato in Italia solo, con l’anima e il cuore pieni di speranza e malinconia, è stato inserito nel progetto Rete! capitanato da Vincenzo Panicola e da mister Gabriele Peccati per cui il giovane nutre grandissima stima.

Così in un afoso giovedì pomeriggio muovo i primi passi verso un altro incontro, mi incammino a passo svelto verso il palazzo che incombente m’aspetta.

Piano piano incontro il viso del giocatore e rimango rapito dal timido volto, dal sorriso e dalla delicatezza con la quale inizia a parlare.

Inebriato dal profumo di vita che emana, inizia la nostra conversazione.

Ciao Aladji, dimmi cosa stai imparando dal portiere titolare della Laudense Ausiliatrice, Luca Buongiovanni?

Mi ha proprio insegnato a giocare in porta;, il primo anno per me è stato molto difficile inserirmi nella squadra; sono arrivato in Italia quando avevo 16 anni e lui come altri, è stato al mio fianco insegnandomi come stare in porta.

Lui era in prima squadra, mentre io nella Juniores.

Quindi ti piace giocare in porta?

Sì sì, mi piace molto.

Ho scelto di farlo, anche in Africa giocavo con i miei amici e facevo sempre il portiere.

In questo ruolo ci vuole coraggio, non è facile. Quando ero piccolo per me era difficile, però è sempre stata la mia passione.

Dalla porta vedi tutta la tua squadra giocare, come ti sembra?

Giochiamo molto bene e io in porta mi sento proprio a mio agio, non riuscirei a giocare in un altro ruolo. Quando gioco mi sento bene.

I tuoi compagni di squadra ti hanno accolto subito?

Sì, mi hanno accolto subito.

Adesso è da tre anni che gioco nella Laudense e ci divertiamo molto.

So che sei molto legato a Gabriele Peccati, cosa ti piace di lui e del progetto Rete?

Il primo anno con il progetto siamo arrivati in finale ma abbiamo perso, mentre il secondo anno abbiamo vinto.

Per me è stato bellissimo comunque, perché quando giocavo agli inizi pensavo sempre di vincere, poi mi sono accorto che in realtà ci sono diversi momenti nella vita del calcio.

Ho capito che il primo anno non era il momento che la mia squadra vincesse, poi è arrivato l’anno dopo ed è stato un sogno realizzato.

Per me Gabriele Peccati è una grandissima persona, quando perdiamo, lui ci incoraggia.

Perché come ho detto prima, non sempre si può vincere.

Invece anche oggi i giocatori vogliono sempre trionfare, ma quando una cosa non è tua non puoi averla subito, bisogna aspettare il proprio momento fiduciosi.

Da quanti anni sei in Italia?

Sono in Italia da quattro anni.

Ho impiegato tre mesi prima per arrivare in Libia, è stato per me difficilissimo, avevo solo sedici anni.

Ma parli benissimo la lingua italiana!

Sì, perché quando sono arrivato, ho voluto subito imparare per riuscire a parlare con le persone, è una cosa importantissima. Io vengo dal Senegal..

Allora Aladji facciamo un viaggio in Senegal, chiudiamo gli occhi e raccontami un po’ i ricordi che hai della tua terra, i profumi, le sensazioni, i giochi, le emozioni più vive.

In Senegal sono sempre stato vicino alla mia mamma, anche quando sono arrivato qui in Italia mi chiamava sempre e mi chiedeva come stavo, se avevo un posto per dormire.

Io le dicevo che qua stavo bene.

Lei me lo chiedeva perché io avevo sofferto, era preoccupata che io non potessi trovare da mangiare.

Un’altra cosa che ricordo è il calcio, ci giocavo sempre, uscivo ogni tanto con gli amici e insieme facevamo delle piccole partite.

Questo giocare a calcio lo porterai avanti sempre con tanta forza come stai facendo?

Assolutamente, il calcio è una cosa che sarà difficile lasciare, quando gioco dimentico subito tutti i miei problemi.

Per questo per me il calcio è una bella cosa, perché mi diverto e sono con gli amici in un’altra dimensione.

Ti piace il tuo mister della Juniores?

Sì, è bravissimo. Si chiama Sergio Blasi, ci fa fare tanti allenamenti ed è sempre insieme a noi, ci segue e ci sta vicino, ci aiuta quando abbiamo dei problemi e ci dona coraggio.

Ora io lavoro, una settimana alla notte e una di giorno, quello che mi dispiace è che ho meno tempo per giocare a calcio quando lavoro di notte, ma non mi lamento.

Quali sono le cose che ti attirano di più e i tuoi obiettivi per il futuro?

La prima cosa è che mi piace lavorare, poi andare a scuola, purtroppo ho potuto andarci fino alla terza media perché poi ho cominciato a lavorare. E la terza cosa che mi piace di più è ovviamente giocare a calcio. Un po’ di tempo fa il mio obiettivo era giocare a calcio professionalmente, però poi ho capito che sarebbe stato difficile, adesso lavoro e per me è importante.

Come hai vissuto il problema del virus?

E’ stato un problema mondiale, spero che presto passerà e torneremo a vivere nuovamente.

Tanta gente ha perso i famigliari, io mi considero fortunato

La vita è un problema difficile Anche quando ho fatto il viaggio per arrivare in Italia, in mezzo al mare, ero con tanti miei amici senegalesi che mi hanno aiutato.

Mi sono trovato in una soluzione difficile, da cui sono uscito grazie a Dio e a chi mi ha salvato.

Senza di loro non si può andare avanti.

Le nostre parole finiscono così, mentre il tramonto si mostra vicino agli occhi.

Aladji, portiere della vita. Sguardo che ascolta i profumi del mondo, anima che vola nel cielo della saggezza.

Cullato dai suoi sorrisi, ho intrecciato un pochino della mia storia alla sua e mi ha commosso l’eroe che ha attraversato il mare e che ancora dolcemente risponde alle domande dell’esistenza.

Squarci della sua vita passata, gioie, dolori, voglia di ricominciare, malinconia.

Quando la barca dei rimpianti affonda nella notte si perde ogni speranza, il nostro respiro rallenta e sentiamo per sempre di essere perduti.

Ma Aladji Gomis insegna che non esiste forza senza una rinascita, che non riusciremo mai a trovare la conoscenza se prima non siamo in grado di cercarla. Sapientemente, lasciandoci trasportare dal profumo dei giorni.

Ancora una volta, per l’ultima volta lo guardo.

Mi commuove la sua storia, il coraggio che ancora possiede nel sorridere ai ricordi, a ciò che sembra triste.

Poi lo saluto e mi preparo a scendere le scale per tornare a casa.

Avrei voluto attraversare altri momenti della sua vita, ma sarebbero state troppe le cose da dire e non abbastanza il tempo.

Ancora troppa la mia curiosità, la mia commozione, il mio desiderio di scoperta.

La vita continua e lo so, devo scendere le scale.

Così proseguo il mio cammino nascondendo le lacrime interiori e percorro a uno a uno i gradini, mentre infilo nel cuore la bellezza assaporata.

Perché, come disse Dostoevskij, “la bellezza salverà il mondo”

Ogni forma, ogni sfaccettatura di bellezza, ma soprattutto quella che proviene dal mare.

Ermanno Merlo                                                                                                                      9/07/2020