passione – palestra

passione – palestra

06/05/2020 Off Di Ottavia Rancati

Primo tempo: La Passione

La domanda “Che cos’è per te il basket, il nuoto, il calcio, la ginnastica artistica…?” può sembrare di routine. Penso a un grande pittore bolognese, Giorgio Morandi (1890-1964), che ha dipinto molteplici volte il paesaggio fuori dalla sua finestra (il cortile su Via Fondazza di Bologna). Non che si aspettasse di cogliere chissà quale rivelazione, ma ogni giorno la luce rendeva il verde più acceso, lo spazio risultava più profondo e il vento restituiva le foglie più disordinate; cambiava anche la sua disposizione d’animo: euforica o angosciata, speranzosa o delusa. Tutto ciò ha contribuito a rendere unici quei dipinti che parlano sempre dello stesso oggetto.

Allo stesso modo, cercare risposte alla domanda “Che cos’è x per te?”, è un tentativo per illuminare i profili diversi di un solo concetto, ovvero quello di passione per gli sportivi. Lo sport è passione per tutti. Tutti ne raccontiamo un pezzetto personale che diventa la tesserina mancante di un grande puzzle.

Così, le repliche a tale questione, apparentemente banale, non sono mai noiose. Sono declinazioni del significato passione, che dovremmo racchiudere in un voluminoso raccoglitore intitolato “La Passione” sotto la sezione “Per gli sportivi (di Lodi e dintorni)”.

Ma da qualche settimana, credo si possa registrare una nuova comune accezione di questa nozione. Emerge con lucidità l’indispensabilità di tale passione per stare bene. E mi ci metto pure io. Già, perché anche se ora la pallavolo occupa meno tempo nella mia vita, il suo peso resta significativo. Gli sguardi d’intesa tra le compagne, le pacche sulle spalle a rincuorare, i movimenti coordinati della squadra che si trasforma in un unicum; quel comunicare non verbale che dice mille e più cose. Tutto ciò ci manca. Perché poi è questo, no? Rincontrarsi in qualsiasi luogo, insieme, senza dovere trovare un pretesto linguistico per conoscerci e sentirsi parte di qualcosa.

 

Secondo tempo: La palestra

La palestra è uno spazio polivalente paradigmatico. La palestra è uno spazio che straborda di pratiche sociali. C’è il custode, il quale ogni giorno, più volte al giorno, se ne occupa aprendola a masse di persone di passaggio che la riempiono. Per il custode, è il tempio da sorvegliare, se ne deve prendere cura passando in rassegna tutti gli attrezzi, gli angoli di ragnatele e recuperando laccetti e felpe abbandonate da inserire tra gli oggetti smarriti. Il custode è l’astante di come questo spazio si evolve dinamicamente, come possa diventare un microcosmo in cui le più primordiali dinamiche umane trovano spazio di espressione. Sì, perché in palestra gli insegnanti portano gli alunni per l’ora di ginnastica; allora, diventa uno spazio di educazione, di conoscenza del proprio corpo, della percezione dei propri movimenti. Per gli alunni, specie per i più cuccioli, diventa il posto delle scoperte, gigantesco, in cui poter immaginare mondi dentro mondi. Però non per tutti è qualcosa di magico. Per alcuni, è dove ci si mette a confronto con gli altri, in cui la rivalità può soffocare ogni salutare competizione e l’imbarazzo degli adolescenti più impacciati trova consistenza nell’odore ormonale, che sempre contraddistingue questo spazio.

La palestra è luogo di vittorie e di sconfitte. Per gli atleti può essere il posto in cui si ha sudato fino all’ultimo minuto di allenamento, dove si è sparso quel seme di speranza di una conquista immanente, condivisa con i compagni negli spogliatoi, in cui si trascorrerebbero ore su ore a fantasticare sul futuro. Poi, la sera successiva, succede che da quel luogo non vediamo l’ora di andarcene e non vorremmo tornare mai più. È dove si ha smarrito la dignità, perso una scommessa con se stessi di poter dimostrare all’allenatore la propria insostituibilità. E c’è chi ci guarda: chi sta seduto sugli spalti per vedere uno spettacolo. Gli stessi spalti che la sera prima erano dei gradoni da saltare, degli attrezzi con cui avevamo misurato la nostra potenza fisica. Ora invece, sono amici, parenti e sconosciuti che testimoniano la nostra sconfitta. Loro assistono a un evento unico, irripetibile e cercano di darne un’interpretazione, quella giusta, per scommettere con chi gli è accanto su cosa accadrà tra un’ora. Di questo spettacolo ci si può far coinvolgere a tal punto da perdere il controllo del proprio corpo, rischiando di compiere gesti che altrove sarebbero fuorvianti.

La palestra è anche uno spazio in cui tutti i gesti si caricano di un significato preciso. Una volta varcata la porta d’ingresso, automaticamente, i nostri movimenti assumono un senso specifico e c’è un giudice a stabilire cos’è concesso e cosa no. L’arbitro deve amministrare tutti i presenti, per lui è il luogo del potere, ma anche della responsabilità; egli si fa portavoce di un universo di valori a cui lo sport fa riferimento.

La palestra è uno spazio che straborda di pratiche sociali. Esagera per definizioni, perché è spettacolo, esercizio, rito, trionfo, sfida. E chissà quante ne ho dimenticate. Adesso dove stanno tutte queste vite?