romero da ros

romero da ros

01/11/2019 Off Di Eugenio Lombardo

Romero Da Ros e un predestinato di nome Acio.

Un ricordo, che chissà a quanti lettori non avrà detto nulla, ne ha commosso invece molti altri, come un refolo di vento, che scompiglia le pagine del diario della vita, riportandole ad alcuni anni addietro, in un bellissimo capitolo, forse dal titolo “Il futuro campione ed il suo mister”, ma sarebbe un incipit tanto più lungo, “su un campo di Casalmaiocco, nella nebbia d’autunno, allontanando l’ubbia di una malinconia, e sognando l’immaginifico bagliore di una futura stella.”

Ma questa è una storia che appartiene ad altri, a Francesco Acerbi, giocatore della Nazionale italiana, e a Romero Da Ros, e soprattutto, visto che il mister non c’è più, è morto da anni, a suo figlio Tiziano e ai tanti amici che a sud di Milano, o a Nord di Lodi, insomma tra Vizzolo e Casalmaiocco, ebbe Romero: gente che ha gli occhi umidi adesso nel ricordarlo, e subito dopo infila una battuta, come sanno fare Fabrizio Zuffetti ed Aldo Vitale, perché Romero Da Ros era così, un anarchico originalissimo, che sapeva fare ridere, e chissà quanto lo avrebbero amato i suoi nipoti a poterli crescere!

L’antefatto è presto detto: su un prestigioso quotidiano nazionale, al calciatore Acerbi, un campione lontanissimo dagli stereotipi delle banalità, viene chiesto chi fossero da considerare come suoi maestri; lui fa affiorare ricordi lontani: Clerici, ai tempi del Brescia, noto agli addetti ai lavori; e poi un mister di quando era proprio bambino, il cronista sbaglia nome, lo indica come il “signor Romeo”, o forse è Acerbi a non ricordare bene il nome, ma lo spirito sì, quei suggerimenti già accesi nel loro dirsi, destro, sinistro, palla, destr,o sinistro, stop, e ancora destro, sinistro, e ancora sinistro, e ancora destro.

Chi era questo signor Romero, da Casalmaiocco? Ho avuto il desiderio forte di incontrarlo, di conoscerlo, di chiedergli se destro, sinistro, stop e poi ancora, serve sempre nello sport, nella vita, nei confini fra le incertezze.

Era nato ad Oderzo, Treviso, il 02 Gennaio 1948. “Non sapevo vederlo solo come papà – spiega oggi il figlio Tiziano – perché più ancora era un amico. Sono figlio di divorziati, e quando potei scegliere con chi stare, andai da lui: perché era come stare con un coetaneo, vivevamo le stesse emozioni.”

Romero Da Ros lasciò il suo Veneto per valorizzarsi sul lavoro, destinazione ovviamente Milano; era tipografo, e lavorava nel settore dell’editoria, al Giornale, prima, poi alla Fabbri Editore, preciso come devono essere gli artigiani delle parole da riportare nero su bianco, forse un modo per tenere a bada la propria anarchia.

Ma le cose nella vita non sempre prendono le pieghe giuste. Non su tutti i campi. A Romero qualcosa non va, qualche ubbia, qualche nostalgia di troppo, qualche malinconia, o forse un’esistenza che semplicemente non asseconda la sua originalità, e comincia a divenirgli stretta.

Sono gli amici a dargli una mano, Fabrizio Zuffetti in primis, che ha la fissa del calcio, e ci sa fare come allenatore e come dirigente:   vieni al campo, dai una mano ai ragazzi, impegnati, tieni la testa occupata, riga dritto, ritrova autostima, insomma lo scuote. E così Romero si concede una seconda possibilità. D’altra parte sui campi aveva già maturato qualche esperienza, al Città Giardino di San Marzano e al Triginto di Mediglia, ad esempio.

Romero è un omone, alto due metri, ma ha i modi di un perenne ragazzo, uno che sa stare con tutti, con quelle r arrotondate che può permettersi pure di fare il filosofo, e con quei toni trasognati, da fare sentire chiunque un campione, i bambini cominciano a stravedere per lui: tutti in fila per prendere l’ovetto kinder, malgrado la sconfitta, e ai più ribelli giù un bonario scappellotto.

Ma, soprattutto, è un uomo che non ama i dispetti gratuiti, le arie di sufficienza altrui, la mancanza di tatto. Un giorno, era alla guida degli esordienti del Vizzolo, la sua squadra incontra come avversaria, per il torneo di coppa Lodi, il Sancolombano: niente da fare, i banini sono tosti, segnano a raffica, il Viizzolo non esce quasi mai dalla propria metà campo; a fine partita l’allenatore rivale si avvicina a Romero e gli fa: dì un po’ non avresti qualcosa di più impegnativo da proporre al ritorno?

Romero incassa: per lui comincia ad esistere solo quella gara di ritorno, sogna la rivincita, ma è un impresa da sogno, gli amici gli dicono di pensare ad altre gare, ma Romero niente: ha il Sancolombano in testa. Se ne distrae solo quando ascolta la sua amatissima musica, ma appena il mangianastri è spento, è lì che torna il pensiero: al Sancolombano!

Gara di ritorno: Romero non dovrebbero neppure esserci, si è rotto un piede, è ingessato, addirittura ricoverato in ospedale. Firma la liberatoria ai medici, e si presenta in campo. Partita epica: il Vizzolo è sotto assedio, ma si difende, quando all’ultimo minuto, in una bellissima azione di contropiede, gli esordienti di Romero vanno in goal, la partita finisce 1 -0 per il Vizzolo. Romero, corre verso il centro del campo, come può farlo un uomo con la gamba ingessata, abbarbicandosi sulle stampelle, si avvicina al collega avversario e gli dice: senti un po’, la prossima volta non puoi affrontarci con una squadra più impegnativa??

Romero era un antesignano fra i mental coach: anche sul ragazzo meno dotato sapeva trovare qualcosa di buono e su quello lavorava.

Il calcio, poi, era anche uno studio: una volta, per la gara con la Melegnanese, riempì quattro fogli, di quelli enormi ad uso degli architetti: pieni di frecce e di schemi, ma poi risolveva tutto con le spicce, tu di qua e tu di là, forza che siamo i più forti, anche se perdiamo!

Un giorno gli capita di allenare un bambino di sei anni: lo trova diverso dagli altri, per lui usa una sola parola: predestinato. Dice proprio così: è un predestinato. Il bambino è particolare: sempre sovrappensiero, come attraversato da un’inquietudine, un’ombra, una distrazione, ma quando ha il pallone tra i piedi è irresistibile. E’ alto, più dei bambini della sua età, le avversarie contestano che possa essere uno dei primi calci. Gioca e fa la partita da solo. Il papà di questo bambino confida agli amici la sua preoccupazione: in piena notte sente rumori nel box, teme i ladri, scende e trova il figlio che palleggia al muro. Romero mi ha detto di migliorare nello stop della palla, confida al padre.

Lo mettono a giocare nei Giovanissimi, insieme a ragazzini quattro anni più grandi di lui: brucia gli avversari nello sprint. Lo adocchia e lo prende il Brescia: è già un predestinato. E’ Francesco Acerbi, “Acio” per la gente del posto. Romero non si atteggia a suo talent scout, ma stropiccia gli occhi ogni volta che lo vede giocare. Gli capita subito come avversario: un Casalmaiocco – Brescia, nel campo di Palazzo Pignano, torneo regionale, Acio fa faville, a fine partita Romero lo rimprovera: dovevi dire di giocare per noi, almeno un tempo, visto che sei un ex fresco fresco!

Morì d’improvviso, un contropiede al cuore, mentre era in macchina: si preparava ad una serata di festa e di svago, non arrivò in tempo, e non gli fu concesso un tempo supplementare: lo avrebbe meritato, però. Era l’anno 2001.

Da allora Romero manca un po’ a tutti, nell’ambiente. I bambini di ieri, che sono diventati uomini, lo ricordano con il sorriso. E gli uomini di ieri, che imbiancano, lasciano inumidire i proprio occhi, ricordando la sua anarchia, e quei modi talvolta un po’ goffi, ma sempre dalla parte degli ultimi.