scudellaro gabriele

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09/10/2018 Off Di Gabriele Beccaria

La Juniores del San Bernardo

Incontro con Gabriele Scudellaro

Inizia con Gabriele Scudellaro, allenatore del San Bernardo, un percorso alla scoperta degli allenatori juniores del nostro territorio, con lo scopo di conoscere non solo loro, ma anche, attraverso loro, il più ampio movimento del settore giovanile locale. Ecco allora che nei primi, veri, afosi pomeriggi “giugnaschi”, Scudellaro si impegna a rispondere alle nostre curiosità:

Mister, da quanto tempo allena o si trova nel mondo del calcio giovanile?

“Appena ho smesso di giocare a calcio, alla veneranda età di 39 anni, ho iniziato ad entrare in contatto con il mondo dell’allenamento, quindi è ormai da 6 anni. Come prime esperienze, prima di andare ad allenare i ragazzini dei Pulcini e degli Esordienti nel Salerano, ho potuto seguire, per mia grande fortuna, mister Danilo Cavallazzi, per il quale ho fatto il secondo: prima a Pieve Fissiraga, poi a Castiraga Vidardo, ho potuto imparare da lui un sacco di cose.”

Che ricordo ha, in particolare, di Danilo Cavallazzi?

“È una persona squisita, rara nel nostro ambiente: uno che insegna veramente a giocare a calcio e che non guarda ai soldi. Mi ispiro alle volte a qualche sua idea, a qualche suo allenamento. Brava persona e bravo allenatore, davvero”

Ha detto di avere allenato, oltre che i ragazzini più grandicelli, anche i bambini: sono esperienze diverse? Quale preferisce?

“Ho allenato sia con i gruppi a 7 che a 9. Mi sono sempre trovato bene con i bambini, anche se tatticamente si fa difficile insegnare loro qualcosa quando non si gioca ad undici. Avendo avuto esperienze sia con loro che con i più grandi, sono riuscito a trovare il giusto quadro con la juniores, prima di tutto perché si gioca ad undici e poi, e forse è quello che preferisco, perché si puoi insegnare loro ancora molto.”

Qualche ragazzo, sotto la sua gestione, è riuscito a muoversi in piazze più blasonate?

“Ci sono state occasioni, una in particolare, in cui dei ragazzi sono usciti a mettersi in mostra guadagnandosi provini importanti: all’Atalanta, ad esempio; ma ormai, ai giorni nostri, se non ci si mette d’impegno fin dalle età più piccole si fa complicato distinguersi per via dell’altissima competizione.”

Cosa deve avere un ragazzo per poter fare il salto di qualità?

“Io dico sempre (seguendo un insegnamento di Danilo Cavallazzi) che c’è bisogno delle tre “T”: testa, tattica e tecnica. La tattica può, deve, essere insegnata, però testa e tecnica sono due cose che si hanno dentro e su cui il giovane calciatore deve lavorare molto per poter emergere. Se un giovane prende voti alti (a fine stagione dò sempre un voto ai miei giocatori su questi fondamentali) in tutte e tre questi aspetti fondamentali, allora è sulla strada giusta: certo un po’ di fortuna non guasta mai.”

È difficile trovare chi ha tutti 10?

“Difficilissimo. È per questo che serve avere fortuna nel trovare il giusto allenatore che dal punto di vista tattico ti aiuti, non solo a migliorare il gioco di squadra, ma, di conseguenza, anche il tuo.”

Quindi, secondo lei, bisognerebbe insegnare la tattica già ai più piccoli?

“Per me è importante che si sviluppi e si conosca già il gioco di squadra. Ci sono squadre, anche famose, che adottano per i bambini la filosofia dell’1 contro 1, metodo per insegnare a loro come dribblare. Certo le individualità ti aiutano a rendere la tua squadra più competitiva, ma è con il gioco di squadra che si vincono le partite…”

Parlando della sua esperienza a San Bernardo, come si trova e come si lavora?

“Ormai è da tre anni che mi trovo qua e posso dire, con mia grande soddisfazione, che ogni anno c’è stato un miglioramento sotto quasi tutti i punti di vista: quest’anno siamo arrivati terzi e siamo addirittura in finale di Coppa Lodi, un bel traguardo. C’è un bell’ambiente ed una bella società, i ragazzi sono affiatati e si riesce a lavorare meglio e in sintonia quando c’è un bel gruppo già formato. Due o tre ragazzi poi potrebbero davvero riuscire a fare strada e diventare riferimenti per il nostro calcio locale e non.”

Nell’ambito della squadra, quanto questi ragazzi si atteggiano già a colleghi di lavoro?

“Essendosi creato un gruppo coeso, i rapporti di amicizia sono già forti e uniti da molti anni. Alcuni genitori si sono addirittura preoccupati di mantenere intatto questo rapporto, essendosi accorti che quando si ha questo legame, si può performare ulteriormente, sia in campo che fuori. Il calcio, in questo senso, è amicizia.”

Lei ha giocato come centrocampista: a suo avviso un allenatore risente del ruolo che ha avuto da giocatore?

“Secondo me, sì. Infatti, penso di avere imparato molto dal mio ruolo. Molte volte faccio fatica anche solo a pensare come un allenatore possa svolgere questo ruolo senza mai avere giocato: certe tematiche, certe dinamiche dentro e fuori dallo spogliatoio, appartengono tanto ai giocatori quanto agli allenatori. Non tanto dal punto di vista tattico, ma secondo me un allenatore che non ha mai giocato, potrebbe risentire di una distanza tra lui e i propri calciatori che viene a crearsi quando non si riesce ad imporre quell’amicizia, quel cuore e quell’idea di gruppo che solo chi ha vissuto lo spogliatoio può avere. Certo Sacchi è un’eccezione, ma di gente come lui ce n’è una ogni cento anni.”

Abbiamo parlato dell’importanza di tenere il gruppo unito, ma quanto è difficile farlo?

“È una delle cose più difficili, se non proprio la più ardua, da fare come allenatore. Devo dire di essere stato fortunato nell’avere trovato già un bel gruppo affiatato di ragazzi che mi aiuta. L’altra difficoltà più grande è riuscire a farli sentire tutti importanti e presenti all’interno del progetto insegnando loro il valore del sacrificio e dell’impegno che oggigiorno è sempre più raro da trovare: ai miei tempi esisteva quasi solo esclusivamente il pallone, anche quando c’erano questioni più serie, come tra me e mia mamma ad esempio…ricordo che una volta ho ritardato ad andare da lei in ospedale perché dovevo finire una partita all’oratorio!!!!”

A proposito di genitori, quello che si vede dall’esterno è una presenza troppo asfissiante da parte degli adulti, è vero?

“Purtroppo si, io ho smesso di allenare i bambini anche e soprattutto per questo problema qui. Capita di sentire lamentele durante la partita da parte di mamme e papà che vogliono vedere loro figlio giocare. Non si troverà mai una squadra in cui i genitori ti diranno unanimemente bravo, ma non bisogna per questo cercare di accontentare tutti; bisogna al contrario insegnare il rispetto delle regole, delle persone, dell’avversario e dei più grandi.”

C’è chi si perde per strada per questo motivo?

“Purtroppo ho avuto un caso, su circa 100 ragazzi che ho allenato, di abbandono per colpa del contesto familiare. Sono cose che ti lasciano un enorme dispiacere, ma come ho detto prima è difficile e non è possibile accontentare tutti. Il contesto familiare influisce molto sulla testa del ragazzo.”

L’ambiente, in questo caso di San Bernardo, aiuta alla crescita?

“Vivere il contesto oratoriale, entrare nei meccanismi di una comunità, certo ti sostiene e ti incentiva a volere aiutare questa stessa comunità. Io ho giocato a San Bernardo ai tempi di don Peppino Bertoglio e posso dire che era importantissimo avere figure fondamentali, anche se non strettamente legate al calcio, che facessero da collante e che ti insegnassero il senso d’appartenenza alla comunità e, quindi, alla squadra.”