sorrentino sara

sorrentino sara

04/10/2019 Off Di Ottavia Rancati

Sara Sorrentino, dottoressa in Scienze Motorie e laureanda in Scienze e Tecniche dello Sport, da giovanissima ha giocato in serie C nell’Arzano (NA) e nella rappresentativa di calcio femminile campano. Nata a Castel Nuovo (NA), Sara ha dovuto abbandonare il calcio a causa di un infortunio ma, approdata nel Lodigiano, ha ripreso in mano il pallone divenendo allenatrice, prima al San Fereolo, quartiere di Lodi, poi al San Colombano al Lambro.

Oggi Sara è responsabile, tecnica e allenatrice del’Under 14 dell’Associazione Sportiva Dilettantistica Cavenago D’Adda 1972 (LO) fondata lo scorso anno e che è già passata da settanta iscritti a novanta.

Riflettendo sulle sue origini meridionali, nell’intervista abbozziamo un futuro dell’affermata coach; ne emerge un urgente appello di parità nei trattamenti di genere nel mondo del calcio. Basando le proprie rivendicazioni sulle competenze tecniche sportive, che ha acquisito studiando, e sulla sua esperienza personale, che le ha permesso di vivere lo sport come un esercizio di crescita interiore, Sara vuole essere ascoltata dai piani alti del calcio e non rimanere una portavoce dei tanti reclami alla giustizia, per altro soffocati. Così come per molti ragazzi del sud l’attività agonistica è un modo per trovare un riscatto sociale e sperare in un futuro più colorato, allo stesso modo per Sara il calcio deve divenire un esempio di riscatto di genere per sperare in un futuro più rosa nello sport.

Com’è iniziata la tua avventura con il calcio?

“Prima di trasferirmi a Lodi, ho vissuto a Castel Nuovo in Campania. Fin da piccola desideravo diventare una calciatrice, tuttavia di squadre femminili non ce n’erano e l’idea di giocare a calcio con i maschi era fuori discussione per mia madre. Insieme alla professoressa di educazione fisica delle scuole medie, Antonella Mocerino, abbiamo creato una squadra di calcio femminile: lei mi ha dato tanto, è stata come una seconda mamma e insieme abbiamo vissuto diverse esperienze e partecipato a diversi tornei. Durante una partita con la squadra della scuola, fui individuata dall’allenatore della rappresentativa campana: tale Raffaele, di cui non ricordo il cognome ma che era un grande, ha giocato con Maradona nel Napoli!”

Quali sono le differenze tra il calcio campano e quello lodigiano?

“La mentalità è diversa: al sud, i bambini vivono solo per il calcio, sin da piccoli palleggiano per strada e sviluppano le abilità motorie e, infatti, le scuole di calcio hanno un livello più alto che al nord proprio perché i bambini sono già abituati a gestire il pallone e i propri movimenti: lì il calcio è davvero una ragione di vita, specie perché viene visto come l’opportunità di un riscatto sociale. Nel lodigiano è più una passione, ormai complementare ad altri passatempi, che si sono affermati recentemente: i videogiochi, i telefonini…”

Questo è certamente negativo…

“Sicuramente, perché bisogna insegnare ai ragazzini anche a gestire il proprio corpo e a sviluppare tutte quelle abilità che prima si acquisivano giocando in cortile. Altra differenza: nel lodigiano ci sono soprattutto società dilettantistiche e oratoriane animate da volontari, che ringrazio e ammiro, mentre al sud lo staff tecnico è quasi sempre stipendiato e, giusto o sbagliato che sia, la differenza nei risultati si vede.”

Sara, tu dove ti piacerebbe arrivare con il calcio?

“La mia ambizione massima è allenare una rappresentativa, però capisco che è difficile poiché allenare a livello base non è visto come un vero e proprio lavoro, nonostante sia richiesto un impegno a tempo pieno. Purtroppo, questo dei ‘salari’ per gli allenatori è un problema difficile. Lo è ancora di più nel mondo femminile: ci sono allenatrici di squadre d’eccellenza del femminile che non guadagnano nulla, mentre invece in una società maschile non è così. Il calcio femminile è indietro anche per questo motivo, che causa l’impossibilità di crescita per le ragazze.”

Cosa manca, a tuo avviso?

“Il motivo di questa carenza è dovuto, secondo me, ad un fattore economico perché non ci sono sponsor e dove non c’è moneta, non c’è storia. Ai mondiali femminili su sedici squadre sei erano allenate da uomini. Allora perché non può succedere anche il contrario, cioè che ci siano donne che allenino uomini? Eppure, di giocatrici e di società che provano a fare il femminile ce ne sono in giro, ma quando inizi a farlo sul serio si tira indietro sempre qualcuno o qualcosa.”

Raccontaci del tuo presente: come ti trovi al A.S.D. Cavenago d’Adda 1972, fresca del 2018 e in cui ricopri un incarico importante?

“Bene, il progetto mi ha entusiasmato da subito, mi ha convinto l’interesse nei miei confronti e hanno dimostrato di impegnarsi seriamente. Quello che mi ha colpito più di tutti è stata la fiducia totale nei mei confronti da parte del presidente Francesco Boriani, uno storico del Cavenago: ho trovato una persona intelligente che crede nelle mie competenze e mi lascia carta bianca per qualsiasi cosa. Questo mi ha stimolato molto, nonostante si trattasse di iniziare un’avventura da zero, in cui ero, e sono, l’unica donna. Mi piacerebbe incrementare le quote rosa nel personale e, magari, creare una squadra femminile; vorrei fare passare questo preciso messaggio: se esistono, le competenze vanno al di là del sesso. Purtroppo, siamo indietro su tale questione e non solo nel calcio, in tutti gli sport. Nella nazionale di calcio femminile, eccetto l’allenatrice, lo staff è tutto al maschile.”

Cosa vuol dire essere un coach donna nel calcio d’oggi?

“Bisogna sempre dimostrare quanto vali, ignorare le risatine di sottofondo perché si è una femmina con la passione per il pallone, insomma si devono avere le spalle grosse altrimenti è difficile… Due settimane fa mi sono stati rivolti insulti per il mio sesso. Ahimè, siamo ancora in una società del genere e sentirsi dire certe cose mi fa capire quanto siamo indietro.”

Cosa significa per te allenare?

“Io parto dal presupposto che alleno in una società dilettantistica e come obiettivo ho quello di educare; diciamocelo: di Lionel Messi ne esce uno su un milione. Facciamo dei campionati dilettantistici…l’umiltà deve essere il primo valore da trasmettere ai nostri atleti. I miei ragazzi mi chiedono sempre come mai li faccio giocare contro i più forti: perché altrimenti non si può crescere! Infatti, ho chiesto di fare un’amichevole all’Atalanta per fargli fare un’esperienza di vita che spero si ricorderanno per sempre. A dodici anni, mi ricordo di aver preso per la prima volta un aereo per andare in Sardegna a giocare con la rappresentativa e non mi dimenticherò mai le emozioni di questi primi viaggi lontano da casa, con gli amici, con educatori che non erano i miei genitori; secondo me è questo che rimane: i momenti passati insieme, le trasferte, le risate… A livello dilettantistico bisognerebbe formare i bambini che poi saranno gli adulti del futuro e non nutrire false speranze che rendono i ragazzini facili prede per un futuro pieno di delusioni. Allenare è una grande responsabilità perché significa prendere per mano un bimbo che si affida completamente a te.”

Chi sono le tue fonti d’ispirazione?

“La mia fede calcistica viene dal sud: tifo la Roma e sono cresciuta col mito di Totti. Per me il calcio era quel modello: educazione, sacrificio, non uscire il sabato sera perché c’è la trasferta la domenica. Poi, ho conosciuto delle persone che mi hanno aiutato e ispirato: ad esempio, Guidoni che mi ha seguito nel corso UEFA C (Union of European Football Associations), che forma allenatori per giovani calciatori, in cui ero l’unica donna in mezzo a quaranta uomini; Guidoni mi ha dato fiducia e mi ha fatto capire che ce la potevo fare. Stimo molto anche l’allenatrice della nazionale femminile, Milena Bertolini, perché, al di là delle competenze tecniche, penso che per ricoprire un ruolo del genere serva una forza e una determinazione sopra le righe.”

Un appello?

“Lo rivolgo ai presidenti delle società: basatevi sulle competenze, sulla professionalità e non sul sesso. Se si chiede a un giocatore se vuole un allenatore maschio o femmina la risposta è un allenatore bravo. Andate contro tendenza!”

Che suggerimento dai a una giovane calciatrice?

“Di divertirsi; e se davvero il calcio è la sua passione di continuare, al di là di quello che dice il mondo esterno. Mi rivolgo a tutti, femmine e maschi che siano: bisogna seguire la propria felicità e ignorare i giudizi degli altri, perché la nostra felicità viene prima di ogni cosa.”

Ringraziamenti?

“Parto da mio padre, che mi ha trasmesso la passione per il calcio ma, in generale, un grazie voglio rivolgerlo a tutta la mia famiglia, la mia prima tifosa. Ringrazio la mia compagna, che mi sostiene, e che crede in me più di chiunque altro; a tutte le società del territorio che mi hanno dato la possibilità di coltivare la mia passione per il calcio. In ultimo, a tutti i ragazzi e genitori che mi danno, ogni giorno, la motivazione per andare avanti.”

26/09/2019

Ottavia Rancati