Ibrahim Mbaye

Ibrahim Mbaye

17/04/2021 Off Di ermanno merlo

Ritratto di un artista

Ibrahim Mbaye, per gli amici Ibou, con il suono del pallone che scivola sul prato bagnato di un campo di calcio, potrebbe comporre una melodia e poi parole e ancora parole.

Un vero e proprio incontro di armonia e umiltà, di una vita vissuta passo dopo passo, in compagnia di un grande sorriso.

Infatti Ibrahim ha ventidue anni e non è solo un calciatore, ma anche un cantante rapper (Blackout 107), che osserva e canta la vita, i problemi sociali che ogni giorno prendono il sopravvento.

Un grande ispiratore che vuole insegnare i valori della pace, dell’integrazione e dell’incontro.

Con parole che arrivano dritte al cuore, senza troppo girare intorno a quello che vuole raccontare.

Lo ha detto lui e quindi se lo ha detto lui è verità, saggezza, somma sapienza e virtù.

Un attaccante artista, un sognatore, uno che non si arrende mai, che cerca di dare il massimo sempre.

Nel gioco del calcio, così come nella vita.

Capace di guardarsi dentro, di cercare i suoi difetti e i suoi punti di forza, questo fa di lui un campione.

Il calcio, quanto ti manca da uno a dieci? Come stai affrontando questo periodo senza partite?

Dieci. Sto soffrendo molto.

Il calcio, non è solo uno sport, ma ti dà equilibrio, soddisfazioni, ti tiene in forma, è uno sfogo.

Molti magari lo criticano da fuori pensando sia solo prendere a calci un pallone, ma è qualcosa di più, è uno stile di vita.

Sei fai una cosa per vent’anni e arriva il momento in cui sei costretto a fermarti, stai spegnendo una luce che prima brillava nella quotidianità di tutti i giorni.

E’ come se mi fosse stata tolta una parte di me. Rimane un grande vuoto, ma è il motivo a parer mio dal quale potremmo ripartire. Questo nulla che ora sembra prendere il sopravvento, sarà la ragione per scendere in campo con ancora più energia.

Quello che però mi fa più stare male è il pensiero dei miei fratelli più piccoli.

Io ho avuto la possibilità di fare un lungo percorso, anche di crescita, senza che qualcosa potesse impedirmelo, mentre per esempio il mio fratellino sta saltando un anno di calcio, ed è chiuso in casa a giocare ai videogiochi, senza poter uscire, allenarsi e fare le partite.

Secondo me sta perdendo proprio quell’agonismo, quel confronto con i suoi coetanei. Lo sport aiuta a crescere nella vita.  Conoscere nuove persone è importantissimo, questo mio fratello adesso non lo può fare.

Lo sport ti ha aiutato nell’integrazione?

Sì, soprattutto perché il calcio è ricco di rapporti umani, quindi sia nel bene che nel male impari qualcosa.

Purtroppo mi capita però di sentire commenti sgradevoli, a tratti razzisti, appena le persone iniziano a capire che sei bravo nel gioco del calcio, che puoi essere pericoloso (dal punto di vista calcistico).

Il fatto di dover lottare contro determinate cose ti rende più forte e capace di uscirne con coraggio.

Il calcio però è comunque (fatto salvo alcune eccezioni) un vero e proprio sport che permette l’integrazione. Trovi degli amici veri.

A volte mi arrabbio perché non riesco ad accettare di essere inferiore a qualcuno, bisogna farsi valere.

Io sono convinto di essere una persona educata, di essere un bravo calciatore e non è bello per me farsi prendere in giro per colpa di una ideologia razziale, che discrimina e crea differenze.

Perché se le persone non si conoscono il giudizio non regge.

E’ bellissimo quello che mi stai raccontando Ibou

Quando vado in Senegal, dove sono le mie radici, anche se ho uno stile di gioco diverso, tolgo le scarpe e partecipo alla partita scalzo come se fossi del posto e magari quando vinci, anche loro per offenderti ti dicono che sei Italiano.

Infatti io in una mia canzone ho detto: “Troppo nero per gli italiani, troppo bianco per i miei cari”.

Ovvero so che in qualunque parte del mondo sia non sarò mai accettato al 100%.

Spesso, purtroppo, la tua provenienza indica il tuo modo di giocare, quello che tu puoi o non puoi fare, la tua qualità.

Io ho cercato di eliminare questi stereotipi in qualunque ambito della mia vita.

Come nel calcio anche con la musica.

Spesso il nero che fa musica viene definito come uno che vive nel lusso, invece la verità è che un nero in Italia non vive una vita bella.

Io parlo di temi sociali e mi diverto a farlo, perché sorprendo tutti.

Credi che si possano finalmente eliminare queste differenze?

Sono fiducioso al riguardo. Ovviamente, io non sono un profeta e neanche un vate, l’unica certezza che in questo momento ho è che una società senza valori è autodistruzione.

I ragazzi stanno cercando di portare nuove idee, nuovi spunti di riflessione, anche talvolta per eliminare le differenze spesso create dalla realtà in cui siamo immersi.

Se ci pensi, la musica di adesso non ha più significati profondi, alla fine dopo poco, viene dimenticata.

Io invece sto cercando di fare qualcosa che rimane. Di lanciare un insegnamento.

Cerco di essere un esempio, non solo per la gente che non conosco e che magari ascolta le mie canzoni, ma per i miei fratellini.

Vorrei insegnare a loro l’umanità e a vivere.

Cerco di fargli capire che nella vita ci sono delle priorità.

Per esempio, io canto e scrivo, solo perché me lo posso permettere, ho finito la scuola, lavoro e posso svolgere questa attività.

Quando frequentavo le lezioni scolastiche non ho mai iniziato a cantare, perché prima ci sono cose più importanti.

Con poco non si fa tanto, nel vivere ci sono sacrifici, dolori e sofferenze da superare, non si può pensare che sia tutto facile.

Se la strada non è faticosa i meriti non saranno mai veri.

Ibrahim, fammi conoscere il tuo percorso sportivo.

Ho iniziato all’età di quattro, cinque anni al Real Qcm con ragazzi più grandi di me.

Quando ne avevo dieci sono andato al Fanfulla, è stata una bella esperienza, ma sono rimasto lì solo due stagioni.

Dopo, mi ha preso una squadra professionistica, il Pergocrema, dove ne ho trascorse quattro.

Poi a sedici anni circa sono tornato al Real, perché il Pergocrema è fallito.

Probabilmente però se non fosse fallito, sarei rimasto lì.

Sono tornato al Real Qcm, soprattutto perché era più facile spostarmi.

Passato qualche tempo sono salito in prima squadra.

Ho fatto tre anni di Promozione, due anni al Real Qcm e uno a Tribiano.

Lì purtroppo ho avuto dei problemi di cartellino, così per sei mesi sono stato fermo.

In quell’arco di tempo ci sono state dieci squadre almeno che volevano che mi unissi a loro, però io e mio fratello Samba alla fine abbiamo deciso di ricominciare dal Montanaso.

Quella realtà ci piaceva e quindi siamo stati contenti di ripartire, dopo i problemi burocratici che c’erano stati e che mi avevano fatto passare quasi la voglia di giocare.

Vorrei raccontarti una piccola storia che mi è capitata.

Certo!, dimmi pure.. 

Prima di iniziare a giocare nel Montanaso, io e mio fratello siamo andati a vedere la partita Montanaso-Lodivecchio.

Quell’anno il Montanaso era quasi in zona retrocessione, aveva solo 11 punti nel girone d’andata, mentre l’avversaria era nel suo periodo di massimo splendore e, alla fine, infatti vinse la partita.

Così io e mio fratello abbiamo pensato fosse meglio andare in una squadra veramente in difficoltà, per dare una mano, per essere più motivati, per dare tutto il nostro meglio.

Il Montanaso mi ha davvero restituito tutta la voglia di giocare a calcio.

Quell’anno è stato uno dei più belli, perché quando siamo entrati in squadra, abbiamo fatto il girone di ritorno meravigliosamente, come se avessimo vinto il campionato.

In quel momento ti senti importante, per te stesso, ma soprattutto per gli altri.

Parlavi di tuo fratello Samba prima, che rapporto hai con lui?

E’ tutto per me, un esempio e una persona su cui contare.

Anche in campo insieme siamo in sintonia, mi dà la forza di andare avanti sempre, è una parte di me. Mi conosce più di chiunque altro.

Litighiamo raramente anche se abbiamo due caratteri completamente diversi, io sono una testa calda, Samba invece è molto più responsabile di me, capace di tenermi con i piedi per terra, di farmi ragionare.

Quest’anno purtroppo non ho più potuto giocare con lui, proprio perché si è fermato, a causa degli impegni provocati dal lavoro e dall’università.

Ho sofferto molto questa sua mancanza, sul campo avevamo trovato un equilibrio solido.

Noi due siamo forti insieme.

Come attaccante dotato di molta fantasia soffri la tattica dei moduli che ti costringono anche a coprire e a difendere?

Io mi adeguo alla situazione, se devo aiutare la squadra la aiuto in ogni caso.

Però soffro emotivamente dentro di me il non essere libero in campo.

Anche il fatto di essere segregato in un ruolo, senza avere la possibilità di ricoprirne di più, perché sono sicuro del fatto, per via della mia esperienza personale, di essere capace.

Ho notato purtroppo però che gli allenatori in queste categorie sono molto rigidi sulla questione.

Questa cosa non la trovo molto giusta.

Però al di là di tutto, cerco sempre di dare il meglio in campo, aggiungendo anche un pizzico di fantasia.

Che cosa apprezzi del tuo mister Beppe Quazzoli e in cosa lo vorresti diverso? 

E’ un grande motivatore, bravo a preparare le partite. Sì vede che studia bene le situazioni, i tempi di gioco. Umanamente parlando sono proprio contento, perché si vede che crede in me, da come mi guarda, da come mi parla.

Io capisco dalle sue sensazioni quando devo dare di più o quando sono andato bene.

A parer mio non ci sono altri allenatori così, è fantastico.

In cosa lo vorrei diverso? Lui giustamente mi impone delle tematiche tattiche, rispetto alle quali mostro di essere insofferente, perché cerco di essere sempre il leader.

Mi sforzo, tuttavia, di superare le problematiche per il bene della squadra.

Tra calcio e canzone cosa preferisci?

Il calcio e la musica sono passioni che coltivo da sempre.

E’ da pochissimo tempo che io ho iniziato a fare canzoni seriamente.

Sono due interessi che stanno prendendo una direzione analoga. Se devo andare a fare un concerto, io preparo anche la partita, faccio tutte e due le cose.

Ma non riesco a mettere una prima dell’altra e a confrontarle.

Ora come ora, mi sto ovviamente concentrando di più sulla musica, perché siamo fermi, però se dovessero riprendere gli allenamenti io darei lo stesso tempo a tutte e due le cose.

Cos’è per te la musica?

La musica rap, mi aiuta molto a sfogare il mio tratto di personalità più arrogante, infatti questo è un genere che ti permette di essere abbastanza altero.

Non solo, è anche un modo per essere diretto.

Chi è la persona che ti fa sentire veramente importante?

I miei genitori.

Anche se certe volte sono severi, li devo comunque ringraziare.

Sono quello che sono grazie a loro. La famiglia per me è al primo posto, poi viene tutto il resto.

Dove immagini il tuo futuro e come?

Io sono sicuro di poter fare tutto quello che sto facendo.

Tanti, mi dicono che quello che faccio è troppo impegnativo, che sto svolgendo molte cose insieme. Forse è vero, ma cerco comunque di essere attivo, investo i miei soldi, il mio tempo, le mie passioni.

Ho da subito voluto lavorare, finita la scuola, per avere più autonomia.

Quando faccio una cosa, ci credo fino in fondo, sono molto determinato.

Il mio futuro lo scrivo piano piano.

Così giorno dopo giorno, mi faccio uomo sempre di più.

Ibrahim Mbaye ha solo ventidue anni, ma ha una saggezza immensa.

Ascoltarlo regala nuove armonie, orizzonti e speranze.

Mentre lo osservo allontanarsi lungo il sentiero abbracciato dai tigli, il vento primaverile mi interroga.

E soffia nella mente qualche parola, disordinata, confusa, data dall’emozione del momento: in questo piccolo / immobile sogno / che nutre il mio cuore / ti aspetto ancora.

Qualcuno mi disse un giorno, che dopo aver incontrato Ibou, sarebbe per me rimasto un grande amico, un punto di riferimento.

Io spero che questo augurio possa realizzarsi.

C’è bisogno nel viaggio, delle parole, delle immagini, dei sogni di Ibou.

Ermanno Merlo

17/04/2021