Roberto Gatti

Roberto Gatti

03/07/2021 Off Di Eugenio Lombardo

Confrontarsi con mister Roberto Gatti, nuovo tecnico del Sant’Angelo, torinese di nascita, varesino d’adozione, svizzero per senso d’appartenenza, è come misurarsi con la parete di una roccia: convinzioni granitiche, ma sotto il cui strato principale vi sono altri aspetti: umiltà, ideali, senso del sacrificio, e qualche inaspettata dolcezza.

Dico, per intenderci meglio, inaspettata, perché a vedere le foto che circolano di lui sui social, immagini sul campo, davanti alla propria panchina, sembra di avere davanti un Mangiafuoco. Ma l’uomo è invece molto pacifico, ama il confronto, e se parla dei propri affetti famigliari, la moglie Camilla su tutti, conosciuta e sposata 35 anni fa, quando giocava nel Varese, senti che il cuore gli batte.

Mister, sei di Torino, città all’apparenza fredda e razionale, ma non sembra averti dato questa impronta.

“Infatti. Però l’ho lasciata che avevo 17 anni per andare  a fare il calciatore, e non sono neppure juventino. Ho però mantenuto il legame con il mio luogo d’origine: due miei fratelli vivono lì”.

A Varese eri un punto fermo della squadra, poi sei andato a giocare in Svizzera.

“Nel 1984 è arrivato il fallimento della società, avevo ricevuto offerte dalla vicina Svizzera e le ho accettato; ho giocato a Lugano per tre anni, poi a Chiasso, infine a Mendrisio. Ma, come mentalità, era come essere rimasto in Italia.”

Del Varese ricordo che in quegli anni si parlava di Enrico Catuzzi, un allenatore che passava per essere un profeta…

“Verissimo, fu anche il mio tecnico. Era molto bravo. Uno dei primi zonisti convinti, a quel tempo si contavano sulle dita di una mano.”

Tu hai scelto di fare l’allenatore già quando giocavi?

“No, sono stato il classico calciatore che pensava solo a giocare, non mi ponevo nessuna domanda sul futuro. Poi, quando ero a Chiasso, in serie B, l’allenatore Aldo Binda, che giocò pure nella nazionale svizzera, mi chiese di dare una mano nell’allenare i ragazzini. Doveva essere un passatempo, scoprii una vocazione.”

Allenare i ragazzini è complesso.

“Molto. Però le società che sono lungimiranti sanno che è da qui che bisogna cominciare, gli investimenti più oculati partono proprio dai settori giovanili. Come hanno fatto in Belgio; o nella stessa Svizzera, dove pur avendo un bacino di popolazione non grande, da vent’anni non mancano di partecipare ad europei e mondiali: qualcosa significherà, non ti pare?”

Dammi il tuo biglietto di presentazione come tecnico, allora.

“Non chiedermi dei numeri e dei moduli, perché prima vengono le idee. Amo il principio offensivo, questo sì: perché la proposta d’attacco è di per se coraggio. Chi ha paura, non vince. Io voglio giocatori che si sentano protagonisti in campo. Mi ci vedi a dire: si va in trasferta e si gioca per non perdere? Non fa parte del mio modo di vivere il calcio, e la vita in genere.”

Eri a Caronno, in serie D, stimatissimo, perché hai scelto di scendere di categoria?

“Volevo trovare una motivazione nuova, quasi che mi scuotesse. E allenare a Sant’Angelo non credo sia meno gratificante che stare in altre piazze, anche in categorie superiori. So che ci sono delle attese. E questa è una sfida molto appagante per me. La motivazione che cercavo. Ti ho risposto.”

Conosci l’ambiente?

“Anno 1983: vi giocai un’amichevole. Quel tifo, quel calore, quella vicinanza dei tifosi alla propria squadra, mi è rimasta appiccicata addosso. Non vedo l’ora di provare quelle sensazioni.”

Parliamo della squadra?

“Non ho fatto richieste, non porterò miei fedelissimi. Cicciù resta? Penso abbia richieste, è un giovane interessantissimo: rimanesse, ne sarei felice. Ammiri Alborghetti? Anche io, è un portiere molto, molto bravo, difficile trovarne di altrettanto validi fra i giovani. Lazzaro farebbe felice qualunque allenatore: dà il ritmo, il primo appoggio è sempre azzeccato. Ma di queste cose per ora parla e sceglie il ds Raineri, non io.”

Vivrai a Sant’Angelo?

“Varese dista 80 km, all’inizio farò il pendolare. Nei mesi più freddi potrei stare anche a Sant’Angelo. Voglio vivere la città: è vero che c’è un bar che ha il mio stesso cognome, Gatti? Per ora studio la realtà cittadina su google, ma conto di calarmi direttamente  in quell’ambiente.”

I tifosi sono esigenti e di palato buono…

“Si divertiranno, glielo prometto da subito. I calciatori, no: loro faticheranno, e molto. Ma attraverso il sacrificio arrivano poi le soddisfazioni e le gioie.”

Avranno a che fare con un sergentaccio di ferro, mi pare di capire.

“Più che altro con uno che, sulla propria pelle, ha capito l’irripetibilità di ogni singola partita. Nulla è mai scontato. Anche nel giocare in Eccellenza si è privilegiati, e allora il calcio va vissuto in modo speciale. Occorre capire cosa si fa, e dove si è. Vivere ai cento per cento ogni attimo di ogni singola partita. Questo tratto la mia squadra deve immediatamente recepirlo.”

Benvenuto nel territorio da Gazzetta Lodigiana.

“Grazie. Non vedo l’ora di conoscere tutto della vostra provincia sportiva.”

Eugenio Lombardo

03/07/2021